Il “mobbing” è comunemente inteso come quel complesso di azioni, atteggiamenti e comportamenti di violenza morale e/o psichica, ripetuti nel tempo e compiuti nell’ambiente lavorativo dai superiori e/o colleghi della vittima che:

  • da un lato, vanno a pregiudicare la professionalità e la dignità (spesso purtroppo anche la salute) del lavoratore “bersaglio”;
  • dall’altro, compromettendo la serenità dell’ambiente lavorativo, mettono in crisi il suo regolare svolgimento.

Il “mobbing” è quindi un fenomeno che, in ambito militare più che altrove, deve essere duramente contrastato perché, oltre a danneggiare il singolo militare che ne è vittima (diminuendone la motivazione al lavoro, la produttività e quindi il complessivo rendimento in servizio), nuoce seriamente alla coesione dell’intera Unità, alimentando una conflittualità interna che può pregiudicare l’efficienza generale dell’Unità militare stessa [1].  

Mancando allo stato attuale una precisa definizione legislativa del fenomeno, inizieremo col dire che il “Codice dell’ordinamento militare” (cioè il Decreto Legislativo n. 66 del 2010 – c.d. COM), vieta ogni forma di discriminazione e di molestia del militare: in tale contesto, l’articolo 1468 del COM, vietando “ogni forma di discriminazione diretta o indiretta, di molestia anche sessuale”, evidenzia quantomeno la diretta responsabilità disciplinare del militare autore di condotte “mobbizzanti” nei confronti di un collega. Gli autori di tali comportamenti rischiano quindi solo dal punto di vista disciplinare? Assolutamente no! Infatti, il più delle volte le condotte “mobbizzanti” trascendono l’ambito disciplinare e vanno a integrare veri e propri reati – militari e ordinari – che, nella pratica, possono ad esempio assumere la forma dell’ingiuria o della diffamazione militare, della molestia o del disturbo alle persone, dell’abuso d’ufficio, degli atti persecutori, della violenza privata, delle lesioni personali eccetera.

Doverosa è una precisazione utile soprattutto per chi ricopre incarichi di comando: non dimentichiamo mai che l’Amministrazione della Difesa (il più delle volte nella persona del comandante di corpo) è “datore di lavoro” e, in tale veste, responsabile ai sensi dell’articolo 2087 [2] del codice civile – articolo che si applica anche ai militari! – in caso di mancata protezione dell’integrità psico-fisica del personale dipendente. Ciò significa che il “datore di lavoro”, anche se non ha personalmente compiuto alcun comportamento “mobbizzante” (altrimenti la sua responsabilità sarebbe diretta), rimane comunque civilmente responsabile nel caso in cui non impedisca il compiersi/reiterarsi di condotte “mobbizzanti” nei confronti dei propri dipendenti. In caso poi di condanna del Ministero al risarcimento danni per condotte “mobbizzanti”, il dirigente responsabile potrebbe essere anche chiamato a rifondere quanto sborsato dall’Amministrazione, ripagando cioè personalmente il danno patito dal dipendente “mobbizzato” (per approfondire leggi qui!).

Avvocatomilitare.com persegue finalità meramente divulgative e, conseguentemente, l’approccio dato a questa problematica è necessariamente molto sintetico, non tale cioè da garantire una completa disamina dell’argomento. Ecco perché mi permetto di ribadire ancora una volta quanto sia necessario farsi seguire da un Avvocato di fiducia, non ultimo perché dimostrare giuridicamente di essere vittima di “mobbing” e provare il danno sofferto non è poi così agevole come comunemente si creda! Parafrasando una frase ricorrente su avvocatomilitare.com … se pensate che rivolgersi a un professionista costi troppi soldi, non avete idea di quanto potrebbe costarvi caro affidarvi a quello sbagliato o provare a fare tutto da soli … pensateci sopra! Ad maiora!

TCGC

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[1]: con pesanti riflessi amministrativi sull’impiego dei militari coinvolti all’interno dell’Unità (ad esempio cambio di incarico/mansione o ufficio, affinché i soggetti coinvolti non siano costretti lavorare a stretto contatto) che, nei casi più gravi, possono portare addirittura al trasferimento per “incompatibilità ambientale”.

[2]: articolo 2087 del codice civile – Tutela delle condizioni di lavoro: “L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”.