Negli ultimi tempi mi è stato chiesto più volte se il diritto disciplinare militare preveda una qualche forma di “patteggiamento”, ovverosia la possibilità di poter addivenire ad un qualche tipo di accordo tra Autorità disciplinare e militare, attraverso il quale quest’ultimo accetta una sanzione disciplinare in cambio, ad esempio, della mitigazione/riduzione delle accuse a suo carico. Vi assicuro che la questione non è banale e merita quindi un – seppur breve – approfondimento. Iniziamo col dire che la risposta è no: il diritto militare non prevede, al momento, alcun tipo di “patteggiamento disciplinare”, sebbene tale eventualità potrebbe:

  • da un lato, ridurre – in un’ottica deflattiva del contenzioso – la conflittualità all’interno dell’Unità, facendo risparmiare all’Amministrazione risorse legali e tempo, soprattutto in considerazione della tempistica estremamente dilatata che la vigente normativa militare prevede, sia per i procedimenti disciplinari di stato (per approfondire leggi qui!) che per quelli di corpo (per approfondire leggi qui!);
  • dall’altro, garantire al militare oggetto di un procedimento disciplinare l’adozione di una sanzione meno severa rispetto a quella che potrebbe essergli inflitta al termine di un procedimento disciplinare completo, con conseguente mitigazione di tutti gli effetti negativi che una sanzione disciplinare può comportare in termini di impiego, documentazione caratteristica, trasferimenti eccetera.

Peraltro tenete presente che, entro certi limiti, nel pubblico impiego già esiste una forma di “patteggiamento disciplinare”. L’articolo 55, comma 3, del Decreto Legislativo n. 165 del 2001 “Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche”, prevede difatti la possibilità “[…] di disciplinare mediante i contratti collettivi procedure di conciliazione non obbligatoria, fuori dei casi per i quali è prevista la sanzione disciplinare del licenziamento, da instaurarsi e concludersi entro un termine non superiore a trenta giorni dalla contestazione dell’addebito e comunque prima dell’irrogazione della sanzione. La sanzione concordemente determinata all’esito di tali procedure non può essere di specie diversa da quella prevista, dalla legge o dal contratto collettivo, per l’infrazione per la quale si procede e non è soggetta ad impugnazione. I termini del procedimento disciplinare restano sospesi dalla data di apertura della procedura conciliativa e riprendono a decorrere nel caso di conclusione con esito negativo. Il contratto collettivo definisce gli atti della procedura conciliativa che ne determinano l’inizio e la conclusione”.

Chi ci dice che tali procedure conciliative non possano presto fare ingresso anche nel diritto disciplinare militare? Tanto detto, non mi resta che salutarvi … ad maiora!

TCGC con il supporto dell’intelligenza artificiale

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