IL MILITARE PUÒ ESSERE PUNITO DUE VOLTE PER LA STESSA MANCANZA? ESISTE CIOÈ IL “NE BIS IN IDEM” NEL DIRITTO DISCIPLINARE MILITARE?

Argomento che può apparire banale ad alcuni ma che, vi assicuro, banale non è affatto perché regna la confusione più totale in materia. Iniziamo col dire che con la locuzione latina “ne bis in idem” (= non due volte sulla stessa cosa) si identifica un principio giuridico che è presente nella (quasi) totalità degli ordinamenti giuridici esistenti, incluso quello militare (per approfondire leggi qui!). In via di estrema sintesi sulla base di tale principio è vietato sottoporre a giudizio, per più di una volta, uno stesso individuo per il medesimo fatto … mi spiego meglio … un giudice (o per quanto ci riguarda, un Comandante militare nell’esercizio del potere disciplinare) non può pronunciarsi due volte su una medesima vicenda e questo avviene:

  • da un lato, a garanzia della certezza del diritto (che mira a creare situazioni stabili e definite), anche al fine di evitare possibili contrasti tra decisioni, nonché lo spreco di risorse che deriva dalla ripetizione (inutile) di attività processuali/procedurali;
  • dall’altro, per scongiurare il rischio di poter essere esposti ad una “persecuzione” teoricamente illimitata da parte dell’autorità che ha il potere di giudicare e sanzionare.

Come è semplice intuire, tale principio opera soprattutto a livello processuale penale [1] ma, per quanto di interesse, sappiate che trova applicazione anche nell’ambito del diritto disciplinare militare: l’articolo 1371 del Decreto legislativo n. 66 del 2010 “Codice dell’ordinamento militare(cosiddetto COM) stabilisce infatti che “fatto salvo quanto previsto dagli articoli 1365 [2] e 1366 [3], medesimo fatto non può essere punito più di una volta con sanzioni di differente specie [4]”. Ciò significa che il potere disciplinare militare è “one shot”, cioè si consuma perché una volta esercitato (… e non è necessario che sia stata per forza adottata una sanzione disciplinare! [5]) non si può più (ri)esercitare! La conseguenza più evidente di tale principio è che se un soggetto viene punito con una sanzione disciplinare di corpo, poi non può essere nuovamente punito per i medesimi fatti [6] con una sanzione disciplinare di stato (per approfondire leggi qui!). A dire il vero, anche se non è espressamente previsto dal COM, tale principio opera anche tra sanzioni della stessa “specie” (cioè tra più sanzioni disciplinari di corpo o tra più sanzioni disciplinari di stato – per approfondire leggi qui!) e questo si ricava dalla ratio che sottende al principio del “ne bis in idem” nonché, implicitamente, anche dall’articolo 1365 del COM nella parte in cui prevede espressamente che “ogni militare può presentare, in qualunque tempo, istanza scritta tendente a ottenere il riesame della sanzione disciplinare inflittagli, se sopravvengono nuove prove tali da far ritenere applicabile una sanzione minore o dichiarare il proscioglimento dall’addebito […][7] … detto altrimenti un provvedimento disciplinare può essere riaperto esclusivamente nel caso in cui vengano addotte nuove prove, tali da rendere opportuna l’adozione di una sanzione disciplinare minore, se non addirittura il proscioglimento del militare dall’addebito (per approfondire leggi qui!).

Ci sarebbe molto altro da dire, ma ritengo sia meglio fermarmi qui.

Ad maiora!

TCGC

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[1]: articolo 649 del codice di procedura penale – Divieto di un secondo giudizio:“1. L’imputato prosciolto o condannato con sentenza o decreto penale divenuti irrevocabili non può essere di nuovo sottoposto a procedimento penale per il medesimo fatto, neppure se questo viene diversamente considerato per il titolo, per il grado o per le circostanze, salvo quanto disposto dagli articoli 69 comma 2 e 345. 2. Se ciò nonostante viene di nuovo iniziato procedimento penale, il giudice in ogni stato e grado del processo pronuncia sentenza di proscioglimento o di non luogo a procedere, enunciandone la causa nel dispositivo”.

[2]: per quanto riguarda l’“istanza di riesame delle sanzioni disciplinari di corpo” (per approfondire leggi qui!).

[3]: per quanto riguarda il “ricorso gerarchico avverso le sanzioni disciplinari di corpo” (per approfondire leggi qui!).

[4]: cioè sanzioni disciplinari di corpo e sanzioni disciplinari di stato (per approfondire leggi qui!).

[5]: basta solo che un procedimento disciplinare sia stato regolarmente aperto e poi concluso, anche senza l’adozione di alcuna sanzione disciplinare! Ovviamente, la cosa non vale per i procedimenti disciplinari annullati per vizi procedurali eccetera.

[6]: ovviamente perché possa operare il principio del “ne bis in idem” i fatti oggetto del procedimento disciplinare devono essere gli stessi e tale identità, secondo costante giurisprudenza, deve essere “misurata” attraverso quello che emerge dalla “contestazione degli addebiti” che cristallizza il fatto contestato all’incolpato in modo da consentirgli anche di potersi adeguatamente difendere. Sulla base di ciò, sarà nuovo un procedimento disciplinare in cui si contestano all’incolpato fatti nuovi e quindi diversi e ulteriori rispetto a quelli contestati nel precedente procedimento disciplinare.

[7]: l’articolo 1365 del COM riprende i contenuti dell’articolo 121 del D.P.R. n. 3 del 1957 “Testo Unico delle disposizioni concernenti lo statuto degli impiegati civili dello Stato”, cioè una norma di riferimento per tutto il pubblico impiego e, sulla base della quale si riconosceva l’operatività del principio del “ne bis in idem” in ambito disciplinare militare prima dell’approvazione del COM, che prevede proprio che il procedimento disciplinare possa essere riaperto se vengano addotte “nuove prove tali da far ritenere che sia applicabile una sanzione minore o possa essere dichiarato il proscioglimento dall’addebito”.

IL RICORSO GERARCHICO CONTRO LE SANZIONI DISCIPLINARI MILITARI DI CORPO

Il ricorso gerarchico è il principale rimedio amministrativo impugnatorio [1] esperibile, per vizi di merito e di legittimità (per approfondire leggi qui!), contro le sanzioni disciplinari di corpo [2] (per approfondire, leggi qui!) e per queste soltanto [3]! Il ricorso gerarchico viene disciplinato in linea generale dal D.P.R. n. 1199 del 1971 titolato “Semplificazione dei procedimenti in materia di ricorsi amministrativi” (vi ho postato in nota gli articoli di interesse [4]) dove viene sancito, tra l’altro, che:

  • deve essere presentato all’organo sovraordinato di quello che ha emesso il provvedimento disciplinare di corpo impugnato nel termine di trenta giorni dalla data della notificazione o della comunicazione in via amministrativa dell’atto impugnato, ovvero da quando l’interessato ne abbia avuto piena conoscenza;
  • si intende respinto a tutti gli effetti […] decorso il termine di novanta giorni dalla data di presentazione […] senza che l’organo adito abbia comunicato la decisione.

Tanto premesso, sappiate che il Decreto legislativo n. 66 del 2010 “Codice dell’ordinamento militare(cosiddetto COM) dedica alcuni articoli al ricorso gerarchico avverso le sanzioni disciplinari di corpo e, in particolare:

  • l’articolo 1363 del COM:“ L’organo sovraordinato di cui all’articolo 1 del decreto del Presidente della Repubblica 24 novembre 1971, n. 1199, è rappresentato dall’organo gerarchicamente superiore a quello che ha emesso il provvedimento. 2. Avverso le sanzioni disciplinari di corpo non è ammesso ricorso giurisdizionale o ricorso straordinario al Presidente della Repubblica se prima non è stato esperito ricorso gerarchico o sono trascorsi novanta giorni dalla data di presentazione del ricorso. 3. È comunque in facoltà del militare presentare, secondo le modalità stabilite dal presente codice, istanze tendenti a ottenere il riesame di sanzioni disciplinari di corpo (per approfondire leggi qui!)”;
  • l’articolo 1366 del COM:“il superiore, per il cui tramite va proposto il ricorso gerarchico, deve inoltrarlo sollecitamente senza pareri o commenti all’autorità gerarchica immediatamente superiore a quella che ha inflitto la sanzione di corpo”.

Tanto detto, ritengo doveroso fare qualche rapidissimo chiarimento:

  • cosa significa esattamente “[…] non è ammesso ricorso giurisdizionale o ricorso straordinario al Presidente della Repubblica se prima non è stato esperito ricorso gerarchico” di cui all’articolo 1363 del COM? Detto altrimenti, se vengo punito e voglio impugnare la sanzione disciplinare di corpo innanzi al Tribunale Amministrativo Regionale (per intenderci il TAR – per approfondire leggi qui!) o al Presidente della Repubblica (nel ricorso straordinario), devo per forza prima presentare un ricorso gerarchico? Beh, dopo un lunghissimo dibattito giurisprudenziale, il Consiglio di Stato è arrivato a ricostruire la questione proprio in questi termini. Quindi se presento direttamente un ricorso al TAR o al Presidente della Repubblica (senza cioè aver prima presentato un ricorso gerarchico), questo verrà con ogni probabilità dichiarato inammissibile [5].
  • l’organo competente a decidere sul ricorso è l’“organo sovraordinato di quello che ha emesso il provvedimento disciplinare di corpo impugnato” che non coincide necessariamente con il Comandante di corpo. Spesso accade effettivamente così, ma non necessariamente: ecco perché è competente a decidere il provvedimento disciplinare emesso dal Comandante di compagnia il Comandante di battaglione e non quello di reggimento (che di solito è anche Comandante di corpo) [6];
  • sebbene l’articolo 6 del D.P.R. 1199 del 1971 preveda che “decorso il termine di novanta giorni dalla data di presentazione del ricorso senza che l’organo adito abbia comunicato la decisione, il ricorso si intende respinto a tutti gli effetti”, i giudici non sembrano considerarla una ipotesi di rigetto tacito ma solo, come abbiamo appena visto poco sopra, una condizione per poter presentare ricorso giurisdizionale al TAR o straordinario al Presidente della Repubblica. Infatti, anche scaduto il termine di 90 giorni, l’Autorità militare competente conserva il potere di decidere sul ricorso e tale decisione rimane valida al 100%, anche se presa in ritardo;
  • anche se non è scritto da nessuna parte, si ritiene che la decisione sul ricorso gerarchico non possa peggiorare la situazione del ricorrente (cosiddetta reformatio in peius). Se l’Autorità che decide il ricorso dovesse cioè riformare il provvedimento disciplinare, non “dovreste” (il condizionale qui è d’obbligo!) in linea teorica di rischiare di vedervi aumentare la sanzione;
  • prescindendo dalle decisioni di accoglimento o di rigetto (che sono di per sé di facile comprensione), sappiate che l’Autorità competente potrà dichiarare il vostro ricorso “irricevibile” (se lo avete presentato, ad esempio, dopo i 30 giorni previsti), “inammissibile” (se, ad esempio, non lo avete presentato voi ma altra persona che non era legittimata a proporlo, come potrebbe essere un vostro commilitone) o “improcedibile” (nel caso in cui, ad esempio, erano state rilevate delle irregolarità che non avete regolarizzato nel termine stabilito) [7].

Un’ultimissima cosa prima di concludere: anche se per la presentazione di un ricorso gerarchico non è necessaria l’assistenza di un Avvocato, non affidatevi ai consigli di un collega “praticone” ma fatevi invece una sana chiacchierata con il vostro legale di fiducia. Peraltro, considerato che nel ricorso al TAR o straordinario al presidente della Repubblica vengono di solito dichiarati inammissibili i motivi che non siano stati previamente proposti in sede gerarchica, il ricorso gerarchico va scritto bene! Se siete quindi decisi a impugnare una punizione e volete andare fino in fondo, vi consiglio di farvi aiutare da un Avvocato anche nella stesura del ricorso gerarchico, ricordando sempre che “… se pensate che rivolgersi a un Avvocato serio costi troppi soldi, non avete idea di quanto potrebbe costarvi caro farvi assistere da quello sbagliato!”pensateci sopra!

Ad maiora!

TCGC

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[1]: si definisce ricorso “amministrativo” proprio per distinguerlo da quello “giurisdizionale” che si presenta invece al Tribunale Amministrativo Regionale, ovverosia al Giudice amministrativo che, a differenza di un organo amministrativo come è il Comandante, è terzo e imparziale rispetto alle parti nonché, proprio in quanto organo giudiziario, indipendente dal potere esecutivo ed inamovibile.

[2]: ad eccezione del “richiamo” che, consistendo in un mero ammonimento verbale, viene tradizionalmente considerato non impugnabile con ricorso gerarchico per la mancanza del cosiddetto interesse a ricorrere: il richiamo, difatti, non comportando di norma né la privazione della libertà personale né, tantomeno, la trascrizione sul fascicolo personale del militare, non determina a carico di quest’ultimo alcuna lesione della relativa posizione giuridica soggettiva. Inoltre, essendo una sanzione di solito solo orale capite che è difficile da impugnare. A dire il vero, mi capitò una volta di vedere un ricorso gerarchico avverso un richiamo … in tale eccezionale circostanza, però, il richiamo in questione era stato “verbalizzato” nel resoconto di un colloquio … era stato insomma messo per iscritto!

[3]: per impugnare una sanzione disciplinare di stato si può difatti solo presentare ricorso giurisdizionale al Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) o straordinario al Presidente della Repubblica. Non esiste cioè alcuna possibilità di presentare ricorso gerarchico avverso le sanzioni disciplinari di stato (per approfondire leggi qui!).

[4]: D.P.R. n. 1199 del 1971 “Semplificazione dei procedimenti in materia di ricorsi amministrativi”:

  • Art. 1 – Ricorso:Contro gli atti amministrativi non definitivi è ammesso ricorso in unica istanza all’organo sovraordinato, per motivi di legittimità e di merito; da parte di chi vi abbia interesse. Contro gli atti amministrativi dei Ministri, di enti pubblici o di organi collegiali è ammesso ricorso da parte di chi vi abbia interesse nei casi, nei limiti e con le modalità previsti dalla legge o dagli ordinamenti dei singoli enti. La comunicazione degli atti soggetti a ricorso ai sensi del presente articolo deve recare l’indicazione del termine e dell’organo cui il ricorso deve essere presentato”.
  • Art. 2 – Termine / Presentazione:Il ricorso deve essere proposto nel termine di trenta giorni dalla data della notificazione o della comunicazione in via amministrativa dell’atto impugnato o da quando l’interessato ne abbia avuto piena conoscenza. Il ricorso è presentato all’organo indicato nella comunicazione o a quello che ha emanato l’atto impugnato, direttamente o mediante notificazione o mediante lettera raccomandata con avviso di ricevimento. Nel primo caso, l’ufficio ne rilascia ricevuta. Quando il ricorso è inviato a mezzo posta, la data di spedizione vale quale data di presentazione. I ricorsi rivolti, nel termine prescritto, a organi diversi da quello competente, ma appartenenti alla medesima amministrazione, non sono soggetti a dichiarazione di irricevibilità e i ricorsi stessi sono trasmessi d’ufficio all’organo competente”.
  • Art. 3 – Sospensione dell’esecuzione:D’ufficio o su domanda del ricorrente, proposta nello stesso ricorso o in successiva istanza da presentarsi nei modi previsti dall’art. 2, secondo comma, l’organo decidente può sospendere per gravi motivi l’esecuzione dell’atto impugnato”.
  • Art. 4 – Istruttoria: L’organo decidente, qualora non vi abbia già provveduto il ricorrente, comunica il ricorso agli altri soggetti direttamente interessati ed individuabili sulla base dell’atto impugnato. Entro venti giorni dalla comunicazione del ricorso gli interessati possono presentare all’organo cui è diretto deduzioni e documenti. L’organo decidente può disporre gli accertamenti che ritiene utili ai fini della decisione del ricorso”.
  • Art. 5 – Decisione:L’organo decidente, se riconosce che il ricorso non poteva essere proposto, lo dichiara inammissibile. Se ravvisa una irregolarità sanabile, assegna al ricorrente un termine per la regolarizzazione e, se questi non vi provvede, dichiara il ricorso improcedibile. Se riconosce infondato il ricorso, lo respinge. Se lo accoglie per incompetenza, annulla l’atto e rimette l’affare all’organo competente. Se lo accoglie per altri motivi di legittimità o per motivi di merito, annulla o riforma l’atto salvo, ove occorra, il rinvio dell’affare all’organo che lo ha emanato. La decisione deve essere motivata e deve essere emessa e comunicata all’organo o all’ente che ha emanato l’atto impugnato, al ricorrente e agli altri interessati, ai quali sia stato comunicato il ricorso, in via amministrativa o mediante notificazione o mediante lettera raccomandata con avviso di ricevimento”.
  • Art. 6 – Silenzio:Decorso il termine di novanta giorni dalla data di presentazione del ricorso senza che l’organo adito abbia comunicato la decisione, il ricorso si intende respinto a tutti gli effetti, e contro il provvedimento impugnato è esperibile il ricorso all’autorità giurisdizionale competente, o quello straordinario al Presidente della Repubblica”.

[5]: in tal senso il Consiglio di Stato nella sentenza n. 880 del 2018.

[6]: Ovviamente nel caso di compagnia autonoma che magari dipenda direttamente dal Comandante di reggimento, l’Autorità militare competente a decidere sul ricorso coinciderà con quest’ultimo!

[7]: in tal senso, anche l’articolo 35 del Decreto Legislativo n. 104 del 2010 “Codice del processo amministrativo” – Pronunce di rito:“1. Il giudice dichiara, anche d’ufficio, il ricorso:

  1. irricevibile se accerta la tardività della notificazione o del deposito;
  2. inammissibile quando è carente l’interesse o sussistono altre ragioni ostative ad una pronuncia sul merito;
  3. improcedibile quando nel corso del giudizio sopravviene il difetto di interesse delle parti alla decisione, o non sia stato integrato il contraddittorio nel termine assegnato, ovvero sopravvengono altre ragioni ostative ad una pronuncia sul merito […]”. 

L’ANNULLAMENTO D’UFFICIO E IL RIESAME DELLE SANZIONI DISCIPLINARI MILITARI

Mi è stato recentemente chiesto da un collega di chiarire i rimedi non impugnatori contro le sanzioni disciplinari [1] (per approfondire, leggi qui!), ovverosia l’istanza di riesame e l’annullamento d’ufficio. L’argomento può apparire banale ma, vi assicuro, banale non è affatto perché regna la confusione più profonda in materia. Proviamo quindi a vedere a grandi linee in cosa consistono …

1. IL RIESAME DELLE SANZIONI DISCIPLINARI DI CORPO [2]

L’articolo 1365 del “Codice dell’ordinamento militare(cosiddetto COM), titolato proprio “Istanza di riesame delle sanzioni disciplinari di corpo” prevede al riguardo che:“1. Ogni militare può presentare, in qualunque tempo, istanza scritta tendente a ottenere il riesame della sanzione disciplinare inflittagli, se sopravvengono nuove prove tali da far ritenere applicabile una sanzione minore o dichiarare il proscioglimento dall’addebito. 2. L’istanza di riesame non sospende l’esecuzione della sanzione né i termini per la proposizione dei ricorsi avverso il provvedimento disciplinare previsti dall’articolo 1366. 3. L’istanza deve essere diretta, in via gerarchica, alla stessa autorità che ha emesso il provvedimento. 4. Avverso la decisione sull’istanza di riesame emanata dall’autorità adita ai sensi del comma 3, il militare può proporre ricorso gerarchico ai sensi dell’articolo 1366 (per approfondire leggi qui!).

L’articolo non presenta particolari problemi interpretativi, mi limiterò quindi a evidenziare che:

  • per “nuove prove” devono prendersi in considerazione sia quelle emerse dopo la conclusione del procedimento, sia quelle preesistenti ma non prese in considerazione in sede disciplinare. Per quanto precede sarà inammissibile una mera richiesta di valutare nuovamente la condotta del militare che è già stata sanzionata disciplinarmente e che, quindi, non presenta alcun elemento di novità. Ovviamente, sarà onere di chi chiede il riesame quello di acquisire (ed allegare) le nuove prove affinché vengano valutate dall’Autorità militare competente;
  • l’eventuale apertura del procedimento di riesame non sospende né l’esecuzione della sanzione né, tantomeno, i termini per presentare ricorso gerarchico (per approfondire leggi qui!). Il riesame mira quindi a fare in modo che l’Autorità che ha emanato il provvedimento disciplinare (ri)eserciti la propria potestà sanzionatoria;
  • dalla lettura dell’articolo 1365 del COM appare evidente l’intento di perseguire una giustizia sostanziale senza pregiudicare la situazione dell’istante (cosiddetta reformatio in peius). Se l’Autorità che decide il riesame dovesse cioè riformare il provvedimento disciplinare, non rischiate quindi di vedervi aumentare la sanzione disciplinare di cui avete chiesto il riesame. Ciò nonostante, non dimenticate che avverso la decisione è sempre possibile proporre ricorso gerarchico (per approfondire leggi qui!);
  • l’istanza di riesame non è soggetta a termini di decadenza e può essere quindi presentata in qualunque tempo.

2. L’ANNULLAMENTO D’UFFICIO

L’articolo 1372 del COM, titolato “Annullamento d’ufficio del procedimento disciplinare”, prevede che “è consentito l’esercizio del potere di annullamento d’ufficio degli atti del procedimento disciplinare riconosciuti illegittimi dall’amministrazione militare, nei limiti sanciti dall’articolo 21 nonies della legge 7 agosto 1990, n. 241”. Ciò significa che è quindi possibile procedere ad un annullamento d’ufficio [3][4]:

  • se sussistono ragioni di pubblico interesse;
  • solo in un termine ragionevole;
  • avendo tenuto conto degli interessi dei destinatari e dei controinteressati;
  • allorquando il provvedimento sia stato “adottato in violazione di legge o viziato da eccesso di potere o da incompetenza”.

Beh … che dire … come avete visto tale rimedio riproduce sostanzialmente quanto previsto dalla legge n. 241 del 1990: siamo quindi nel campo dell’“autotutela” amministrativa che viene effettuata d’iniziativa dall’Amministrazione della Difesa, senza che sia quindi necessario alcun impulso da parte del militare destinatario del precedente provvedimento disciplinare. Inoltre, alla luce dell’esplicito il riferimento all’“amministrazione militare” presente nell’articolo 1372 del COM, è competente ad agire in autotutela non solo l’Autorità militare che ha sanzionato disciplinarmente il militare, ma anche le Autorità militari superiori.

Credo che non ci sia molto altro da dire senza appesantire troppo il discorso, non mi resta quindi che salutarvi … ad maiora!

TCGC

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[1]: ad eccezione del “richiamo” che, consistendo in un mero ammonimento verbale, viene tradizionalmente considerato non impugnabile con ricorso gerarchico per la mancanza del cosiddetto interesse a ricorrere: il richiamo, difatti, non comportando di norma né la privazione della libertà personale né, tantomeno, la trascrizione sul fascicolo personale del militare, non determina a carico di quest’ultimo alcuna lesione della relativa posizione giuridica soggettiva. Inoltre, essendo una sanzione di solito solo orale capite che è molto difficile da impugnare. A dire il vero, mi capitò una volta di vedere un ricorso gerarchico avverso un richiamo … in tale eccezionale circostanza, però, il richiamo in questione era stato “verbalizzato” nel resoconto di un colloquio … era stato insomma messo per iscritto!

[2]: per approfondire le sanzioni disciplinari di corpo leggi qui!

[3]: art. 21 octies della legge n. 241 del 1990 – Annullabilità del provvedimento: “È annullabile il provvedimento amministrativo adottato in violazione di legge o viziato da eccesso di potere o da incompetenza. 2. Non è annullabile il provvedimento adottato in violazione di norme sul procedimento o sulla forma degli atti qualora, per la natura vincolata del provvedimento, sia palese che il suo contenuto dispositivo non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato. Il provvedimento amministrativo non è comunque annullabile per mancata comunicazione dell’avvio del procedimento qualora l’amministrazione dimostri in giudizio che il contenuto del provvedimento non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato. La disposizione di cui al secondo periodo non si applica al provvedimento adottato in violazione dell’articolo 10-bis”.

[4]: art. 21 nonies della legge n. 241 del 1990 – Annullamento d’ufficio:“1. Il provvedimento amministrativo illegittimo ai sensi dell’articolo 21-octies, esclusi i casi di cui al medesimo articolo 21-octies, comma 2, può essere annullato d’ufficio, sussistendone le ragioni di interesse pubblico, entro un termine ragionevole, comunque non superiore a dodici mesi dal momento dell’adozione dei provvedimenti di autorizzazione o di attribuzione di vantaggi economici, inclusi i casi in cui il provvedimento si sia formato ai sensi dell’articolo 20, e tenendo conto degli interessi dei destinatari e dei controinteressati, dall’organo che lo ha emanato, ovvero da altro organo previsto dalla legge. Rimangono ferme le responsabilità connesse all’adozione e al mancato annullamento del provvedimento illegittimo. 2. È fatta salva la possibilità di convalida del provvedimento annullabile, sussistendone le ragioni di interesse pubblico ed entro un termine ragionevole. 2-bis. I provvedimenti amministrativi conseguiti sulla base di false rappresentazioni dei fatti o di dichiarazioni sostitutive di certificazione e dell’atto di notorietà false o mendaci per effetto di condotte costituenti reato, accertate con sentenza passata in giudicato, possono essere annullati dall’amministrazione anche dopo la scadenza del termine di dodici mesi di cui al comma 1, fatta salva l’applicazione delle sanzioni penali nonché delle sanzioni previste dal capo VI del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445”.

L’USO DI STUPEFACENTI DA PARTE DEL MILITARE: POSSIBILI PROFILI DISCIPLINARI

Un collega mi ha chiesto chiarimenti in merito alle conseguenze disciplinari cui va incontro il militare che faccia uso di droga. Premesso che parlerò solo di uso e non di spaccio, traffico o produzione di sostanze stupefacenti, perché in tal caso l’interessato ha già un Avvocato che lo assiste a cui lascio volentieri la sgradevole incombenza!

Ebbene, a prescindere dai risvolti medico legali (eventuale sospensione dal servizio per convalescenza eccetera) e amministrativi (sospensione della patente militare, comunicazione al Prefetto [1] [2], affidamento al SERD o SERT [3] dell’ASL, sospensione/revoca del NOS, possibile trasferimento per “incompatibilità ambientale” eccetera) sappiate che l’Amministrazione della Difesa non è assolutamente “tenera” con chi fa uso di droghe, fermo restando l’avvio del soggetto ad un percorso di recupero [4].

Tanto premesso, nel caso in cui:

  • non siate in servizio permanente, è altamente presumibile che possiate cessare dalla vostra ferma (o rafferma) [5] e dire praticamente addio alla vostra carriera militare [6];
  • siate invece in servizio permanente, è quasi sicuro che verrete sottoposti ad un procedimento militare di stato (per approfondire leggi qui!), rischiando tra l’altro di poter esser rimossi dal grado per grave mancanza disciplinare. Non potete che concordare con me sul fatto che il militare non può far uso di sostanze stupefacenti, avuto conto della “delicatezza” del compito che è chiamato a svolgere che presuppone, tra l’altro, l’uso di armi, la guida di veicoli (molto costosi come può essere un aereo, un elicottero o un carro armato, ma pensiamo pure … e soprattutto direi … a chi da “allegrotto” si mette alla guida di un mezzo pieno di colleghi!), la trattazione di documenti classificati eccetera.

Cercherò ora di dare una risposta a una domanda cruciale: sulla base di quale normativa il militare che fa uso di droghe viene sanzionato disciplinarmente, eventualmente anche con il congedo?

Beh … premesso che l’ordinamento giuridico militare (per approfondire leggi qui!) considera l’uso di droga sostanzialmente incompatibile con il possesso dello status militare … la risposta ad ogni dubbio è come al solito contenuta nel Codice dell’ordinamento militare (decreto legislativo n. 66 del 2010 – cosiddetto COM) e, soprattutto, nel Testo Unico delle disposizioni regolamentari in materia di ordinamento militare (decreto del Presidente della Repubblica n. 90 del 2010 – cosiddetto TUOM). Difatti, il militare che fa uso di droghe viola, tra l’altro:

  • i doveri attinenti al giuramento:“1. Con il giuramento di cui all’articolo 621, comma 6, del codice il militare di ogni grado s’impegna solennemente a operare per l’assolvimento dei compiti istituzionali delle Forze armate con assoluta fedeltà alle istituzioni repubblicane, con disciplina e onore, con senso di responsabilità e consapevole partecipazione, senza risparmio di energie fisiche, morali e intellettuali affrontando, se necessario, anche il rischio di sacrificare la vita. 2. L’assoluta fedeltà alle istituzioni repubblicane è il fondamento dei doveri del militare” (articolo del 712 TUOM);
  • i doveri attinenti al grado:“1. Il grado corrisponde alla posizione che il militare occupa nella scala gerarchica. 2. Egli deve astenersi, anche fuori servizio, da comportamenti che possono comunque condizionare l’esercizio delle sue funzioni, ledere il prestigio dell’istituzione cui appartiene e pregiudicare l’estraneità delle Forze armate come tali alle competizioni politiche, fatto salvo quanto stabilito dall’articolo 1483 del codice. 3. Il militare investito di un grado deve essere di esempio nel compimento dei doveri, poiché l’esempio agevola l’azione e suscita lo spirito di emulazione” (articolo 713 del TUOM);
  • il senso di responsabilità:“1. Il senso di responsabilità consiste nella convinzione della necessità di adempiere integralmente ai doveri che derivano dalla condizione di militare per la realizzazione dei fini istituzionali delle Forze armate” (articolo 717 del TUOM);
  • i doveri in materia di formazione militare:“1. Il militare ha il dovere di conservare e migliorare le proprie conoscenze e le capacità psicofisiche […] per poter disimpegnare con competenza ed efficacia l’incarico ricevuto e per far appropriato uso delle armi e dei mezzi affidatigli […]” (articolo 718 del TUOM);
  • le norme di contegno del militare:“ Il militare deve in ogni circostanza tenere condotta esemplare a salvaguardia del prestigio delle Forze armate. 2. Egli ha il dovere di improntare il proprio contegno al rispetto delle norme che regolano la civile convivenza. In particolare deve: a) astenersi dal compiere azioni e dal pronunciare imprecazioni, parole e discorsi non confacenti alla dignità e al decoro; b) prestare soccorso a chiunque versi in pericolo o abbisogni di aiuto; c) consegnare prontamente al superiore o alle autorità competenti denaro o cosa che ha trovato o che gli sono pervenuti per errore; d) astenersi dagli eccessi nell’uso di bevande alcoliche ed evitare l’uso di sostanze che possono alterare l’equilibrio psichico; e) rispettare le religioni, i ministri del culto, le cose e i simboli sacri e astenersi, nei luoghi dedicati al culto, da azioni che possono costituire offesa al senso religioso dei partecipanti […]” (articolo 732 del TUOM).

Sappiate infine che i Giudici amministrativi (TAR e Consiglio di Stato – per approfondire leggi qui!), chiamati a giudicare sulla correttezza delle sanzioni disciplinari di corpo e di stato (per approfondire leggi qui!) comminate ai militari colpevoli di aver fatto uso di droghe, hanno sostanzialmente approcciato alla problematica in due modi:

  • in un primo, che possiamo definire “duro”, ritenendo corretto comminare al militare una sanzione disciplinare di stato, ma sempre nel rispetto dei cosiddetti principi di proporzionalità e di ragionevolezza. Detto altrimenti, alcuni Giudici amministrativi hanno ritenuto che l’uso meramente “occasionale” di droga non costituisca, di per sé, presupposto sufficiente per l’adozione della sanzione disciplinare di stato della perdita del grado per rimozione (cioè il congedamento ed il conseguente licenziamento!);
  • in un secondo modo, “durissimo” direi, considerando sempre legittima la sanzione disciplinare di stato della perdita del grado per rimozione … quindi anche in caso di mera occasionalità nell’uso di sostanze stupefacenti.

Un’ultima cosa prima di concludere, se durante il servizio (o ancora peggio, durante lo svolgimento di un servizio regolato da consegna – per approfondire leggi qui!) siete colti in stato di ubriachezza, sapete bene che avete commesso il reato di “ubriachezza in servizio” di cui all’articolo 139 [7] del codice penale militare di pace (CPMP). La cosa che però molto spesso viene sottovalutata è che tale articolo si conclude con le seguenti parole “[…] le stesse disposizioni si applicano, quando la capacità di prestare il servizio sia esclusa o menomata dall’azione di sostanze stupefacenti”. Ecco quindi che il reato di ubriachezza in servizio si realizza anche nel caso in cui il militare, durante il servizio, venga trovato positivo al drug-test! Tenetelo bene a mente e, soprattutto, evitate “leggerezze” che possono costarvi molto molto caro … ovviamente, essendo il reato militare di ubriachezza in servizio normalmente punibile con la pena della reclusione militare non superiore nel massimo a sei mesi (quantomeno nell’ipotesi base di cui al primo comma), affinché possa dar vita ad un procedimento penale è necessaria la richiesta del Comandante di corpo (per approfondire leggi qui!).

Detto ciò, non mi resta che salutarvi … ad maiora!

TCGC

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[1]: art. 75 del D.P.R. 309 del 1990Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza” – Condotte integranti illeciti amministrativi:“1. Chiunque, per farne uso personale, illecitamente importa, esporta, acquista, riceve a qualsiasi titolo o comunque detiene sostanze stupefacenti o psicotrope è sottoposto […] a una o più delle seguenti sanzioni amministrative: a) sospensione della patente di guida, del certificato di abilitazione professionale per la guida di motoveicoli e del certificato di idoneità alla guida di ciclomotori o divieto di conseguirli per un periodo fino a tre anni ; b) sospensione della licenza di porto d’armi o divieto di conseguirla; c) sospensione del passaporto e di ogni altro documento equipollente o divieto di conseguirli; d) sospensione del permesso di soggiorno per motivi di turismo o divieto di conseguirlo se cittadino extracomunitario […]”.

[2]: art. 1064 del COM – Disciplina:“1. In relazione alla rilevante finalità di interesse pubblico di gestione del rapporto di impiego o di servizio, ai sensi dell’articolo 112 del decreto n. 196, il trattamento dei dati sensibili e giudiziari, in materia di disciplina del personale militare, avviene nell’ambito dei seguenti procedimenti e attività: a) procedimento disciplinare per l’irrogazione di una sanzione disciplinare di corpo; b) cessazione degli effetti delle sanzioni disciplinari di corpo; c) controllo di legittimità in materia di sanzioni disciplinari di corpo; d) esame di provvedimenti giurisdizionale a fini disciplinari; e) procedimenti per l’applicazione delle sanzioni disciplinari di stato; f) reintegrazione nel grado a seguito di perdita del grado quale sanzione di stato; g) applicazione, cessazione degli effetti e revoca di misure disciplinari precauzionali; h) trattazione delle istanze per conferire con le autorità centrali e periferiche; i) comunicazione al prefetto dei casi di tossicodipendenza. 2. In relazione alla rilevante finalità di interesse pubblico di gestione del rapporto di lavoro, ai sensi dell’articolo 112 del decreto n. 196, il trattamento dei dati sensibili e giudiziari, in materia di disciplina del personale civile della Difesa, avviene esclusivamente nell’ambito dei procedimenti disciplinari. 3. Il trattamento dei dati sensibili e giudiziari è effettuato ai sensi dei libri IV e V del codice e della normativa sul rapporto di lavoro del personale civile. 4. I tipi di dati trattati in relazioni a quanto indicato nei commi 1 e 2 sono i seguenti: a) stato di salute: 1) patologie attuali; 2) patologie pregresse; 3) terapie in corso; b) dati di carattere giudiziario. 5. Le particolari forme di elaborazione dei dati, per le finalità di seguito indicate, sono le seguenti: a) comunicazione al Prefetto ai fini dell’applicazione delle sanzioni amministrative previste dall’articolo 75, del decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, in materia di tossicodipendenza; b) comunicazione prevista dall’articolo 929 del codice di sottoporsi agli accertamenti sanitari”.

[3]: il SERvizio per le Dipendenze e il SERvizio per le Tossicodipendenze sono servizi pubblici del Servizio Sanitario Nazionale (SSN).

[4]: art. 202 del COM – Centri di formazione e di informazione in materia di tossicodipendenze, alcoldipendenze e uso di sostanze dopanti:“1. Il Ministero della difesa promuove: a) corsi formativi di psicologia e sociologia per tutti gli ufficiali medici e per gli allievi delle scuole infermieri, nonché per ufficiali e sottufficiali di arma finalizzati ad addestrare personale esperto preposto alla tutela della salute fisica e psichica dei giovani alle armi; b) sessioni di studio sulla psicologia di gruppo e su temi specifici di sociologia; c) seminari sul disadattamento giovanile, sulle tossicodipendenze, le alcoldipendenze e l’uso di sostanze dopanti, da svolgersi periodicamente per la continua formazione e aggiornamento dei quadri permanenti. 2. Il Ministero della difesa: a) organizza presso accademie, scuole militari, scuole di sanità militare, comandi ed enti militari, corsi di informazione sui danni derivanti dall’uso di sostanze stupefacenti, psicotrope, alcoliche, tabacco e sostanze dopanti, inserendoli nel più ampio contesto dell’azione di educazione civica e sanitaria che è svolta nei confronti dei giovani arruolati e dei militari di leva, in caso di ripristino della stessa; b) da’ informazioni complessive sul fenomeno criminoso del traffico di sostanze stupefacenti, psicotrope e dopanti; tali informazioni sono attuate anche mediante periodiche campagne basate su conferenze di ufficiali medici al personale militare, con il supporto di mezzi audiovisivi e opuscoli”;

art. 203 del COM – Azione di prevenzione e accertamenti sanitari:“Il Ministero della difesa tramite i consultori e i servizi di psicologia delle Forze armate svolge azione di prevenzione contro le tossicodipendenze, le alcoldipendenze e l’uso di sostanze dopanti. 2. In occasione delle operazioni di arruolamento dei volontari e di selezione per la leva, in caso di ripristino della stessa, se è individuato un caso di tossicodipendenza, tossicofilia, alcoldipendenza o doping, l’autorità militare, che presiede alla visita medica e alle prove psicoattitudinali, dispone l’invio dell’interessato all’ospedale militare per gli opportuni accertamenti. 3. Analogamente provvede l’autorità sanitaria militare nel corso delle visite mediche previste dall’articolo 929”;

art. 204 del COM – Rapporti con le strutture socio-sanitarie civili: “1. I rapporti di collaborazione tra struttura sanitaria militare e strutture sanitarie civili impegnate nel settore delle tossicodipendenze, alcoldipendenze e contrasto dell’uso di sostanze dopanti, sono volti ad assicurare, in ogni caso, la continuità dell’assistenza e a favorire il recupero socio-sanitario dell’interessato. 2. I dati statistici relativi all’andamento del fenomeno della tossicodipendenza, alcoldipendenza e uso di sostanze dopanti, rilevati nell’ambito militare, sono trasmessi ogni dodici mesi ai Ministeri della salute e dell’interno”.

[5]: in tal senso l’art. 957 del COM, titolato “Casi di proscioglimento dalla ferma o dalla rafferma”, che prevede espressamente al secondo comma che “[…] il proscioglimento per esito positivo degli accertamenti diagnostici per l’abuso di alcool, per l’uso, anche saltuario od occasionale, di sostanze stupefacenti, nonché per l’utilizzo di sostanze psicotrope a scopo non terapeutico, è disposto sulla base della documentazione attestante gli accertamenti diagnostici effettuati”.

[6]: ricordiamo peraltro che un requisito per il reclutamento è proprio l’“esito negativo agli accertamenti diagnostici per l’abuso di alcool, per l’uso, anche saltuario od occasionale, di sostanze stupefacenti, nonché’ per l’utilizzo di sostanze psicotrope a scopo non terapeutico(art. 635 del COM – per approfondire leggi qui!).

[7]: art. 139 CPMP:“Il militare, che, in servizio, ovvero dopo di essere stato comandato per il servizio, è colto in stato di ubriachezza, volontaria o colposa, tale da escludere o menomare la sua capacità di prestarlo, è punito con la reclusione militare fino a sei mesi. Se il fatto è commesso dal comandante del reparto o da un militare preposto al servizio o capo di posto, la pena è della reclusione militare fino a un anno. Le stesse disposizioni si applicano, quando la capacità di prestare il servizio sia esclusa o menomata dall’azione di sostanze stupefacenti”.

L’ESAME DEL GIUDICATO PENALE

Argomento evergreen che merita un breve approfondimento … beh, iniziamo col dire che con l’esame del giudicato penale l’Amministrazione militare controlla (“esamina”, appunto!) il provvedimento giudiziario finale di un procedimento penale relativo a un dipendente (cioè il “giudicato” – per approfondire leggi qui!) per verificare la compatibilità dei fatti emersi in sede penale con l’ordinamento giuridico militare (per approfondire leggi qui!). Detto altrimenti, viene analizzata la sentenza che vede coinvolto il militare dipendente per verificare se sussistano i presupposti necessari all’avvio di un procedimento disciplinare nei relativi confronti (di stato o di corpo non importa – per approfondire leggi qui!) … fermo restando che il codice di procedura penale (c.p.p.) obbliga l’Amministrazione militare a prender “per buona” la ricostruzione dei fatti che emerge dalla sentenza, senza alcuna possibilità di discostarvisi. Difatti, l’articolo 653 c.p.p. prevede espressamente che:

  • la sentenza penale irrevocabile di assoluzione[…] ha efficacia di giudicato nel giudizio per responsabilità disciplinare davanti alle pubbliche autorità quanto all’accertamento che il fatto non sussiste o non costituisce illecito penale ovvero che l’imputato non lo ha commesso”;
  • la sentenza penale irrevocabile di condanna “[…] ha efficacia di giudicato nel giudizio per responsabilità disciplinare davanti alle pubbliche autorità quanto all’accertamento della sussistenza del fatto, della sua illiceità penale e all’affermazione che l’imputato lo ha commesso”.

Due sono gli attori principali che entrano in gioco nel corso dell’esame del giudicato penale: il Comandante di corpo del militare e l’Autorità competente [1] a disporre l’inchiesta formale disciplinare (per approfondire leggi qui!). Ebbene il Comandante di corpo, acquisita la sentenza la trasmetterà, corredata da un proprio parere, al Vertice d’Area/Alto Comando competente a definire la posizione disciplinare del militare, anche nel caso in cui ritenga di adottare nei relativi confronti una mera sanzione disciplinare di corpo (che è e rimane una sua prerogativa!) ovvero di non adottarne alcuna. Sarà poi l’Autorità superiore competente (quella cioè che può disporre l’inchiesta formale disciplinare – per approfondire leggi qui!) a definire la questione:

Ovviamente, la questione è molto molto più complicata di come ve l’ho appena riepilogata ma, visto il taglio pratico che ho deciso di dare anche a questo post, è meglio che mi fermi qui!

Prima di concludere voglio però lasciarvi con un doveroso spunto di riflessione: abbiamo parlato di sentenze di condanna e di assoluzione, nonché del valore che gli viene dato dall’articolo 653 c.p.p., ma nella realtà delle cose un procedimento penale può concludersi in moltissimi altri modi [2], anche ben prima che si formi un giudicato di condanna o di assoluzione “secca” [3] (per approfondire leggi qui!). Quanto detto per evidenziare come nulla escluda che quanto emerge dagli atti processuali (da tutti gli atti processuali … per intenderci, anche dalla mera imputazione in un procedimento penale poi archiviato!) possa avere una qualche rilevanza disciplinare. L’esercizio dell’azione disciplinare è difatti precluso all’Amministrazione militare solo in presenza di un’assoluzione “piena” (cioè quella che si ha con le formule assolutorie “perché il fatto non sussiste” o “perché l’imputato non lo ha commesso”) e, solo in questo caso, l’Autorità competente a ordinare l’inchiesta formale disciplinare ne dovrà prendere atto definendo obbligatoriamente la posizione disciplinare del militare con l’archiviazione.

Quanto precede per farvi capire che se si sta conducendo un esame del giudicato penale su una sentenza che vi vede coinvolti, non dovete affidarvi ad internet! Al contrario, fatevi una bella chiacchierata con il vostro Avvocato di fiducia … magari proprio quello che vi ha assistito in giudizio e che dovrebbe meglio di tutti conoscere la vostra situazione processuale. Mi raccomando, prestate sempre la massima attenzione a quello che vi succede intorno, senza mai abbassare la guardia … le conseguenze di un esame del giudicato penale gestito male posso difatti essere devastanti sia dal punto di vista umano che da quello professionale! Vi saluto, ad maiora!

TCGC

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[1]: art. 1378 del Decreto legislativo n. 66 del 2010 “Codice dell’ordinamento militare” (cosiddetto COM):“1. La decisione di sottoporre un militare a inchiesta formale spetta alle seguenti autorità:

a) al Ministro della difesa se si tratti di: 1) ufficiali generali o colonnelli o gradi corrispondenti; 2) ufficiali o sottufficiali assegnati a enti, comandi e reparti di altra Forza armata; 3) militari corresponsabili appartenenti alla stessa Forza armata, ma dipendenti da autorità diverse; 4) militari corresponsabili appartenenti a Forze armate diverse, anche quando ricorre l ‘ipotesi di connessione tra i fatti a loro ascritti;

b) al Capo di stato maggiore della difesa, nell’area di competenza, nei confronti del personale militare dipendente;

c) al Segretario generale della difesa, se militare, nei confronti del personale militare dipendente dell’area tecnico-amministrativa e tecnico-industriale;

d) ai Capi di stato maggiore, sul personale militare in servizio presso reparti e uffici dei rispettivi stati maggiori e organismi centrali di Forza armata;

e) al Comandante generale dell’Arma dei carabinieri: 1) per gli ufficiali dell’Arma dei carabinieri; 2) per gli altri militari dell’Arma, se non provvedono le autorità di cui alle lettere h) e i);

f) ai rispettivi comandanti di Forza armata, di livello gerarchico pari a generale di corpo d’armata o gradi corrispondenti, per gli ufficiali, i sottufficiali e i volontari in servizio dell’Esercito italiano e dell’Aeronautica militare, nonché agli alti comandanti della Marina militare, per gli ufficiali, i sottufficiali e i volontari in servizio della Marina militare; ai comandanti territoriali di livello gerarchico pari a generale di corpo d’armata e gradi corrispondenti competenti in ragione del luogo di residenza dell’interessato se in congedo;

g) al comandante militare competente a provvedere per il sottufficiale o per il militare di truppa più elevato in grado o più anziano, se vi è corresponsabilità tra sottufficiali o i militari di truppa della stessa Forza armata dipendenti da comandanti militari diversi o residenti in territori di competenza di diversi comandanti militari territoriali, tra quelli sopra considerati;

h) ai rispettivi comandanti di vertice, di livello gerarchico pari a generale di corpo d’armata, per gli ispettori e i sovrintendenti dell’Arma dei carabinieri in servizio, o in caso diverso o in mancanza di tale dipendenza, ai comandanti territoriali di livello gerarchico pari a generale di corpo d’armata competenti in ragione del luogo di residenza dell’interessato;

i) ai rispettivi comandanti di corpo per gli appuntati e carabinieri in servizio, o in caso diverso o in mancanza di tale dipendenza, al comandante territoriale di corpo competente in ragione del luogo di residenza dell’interessato. In caso di corresponsabilità tra più appuntati e carabinieri provvede il comandante di corpo del più elevato in grado o del più anziano. In caso di corresponsabilità con militari di altre Forze armate si provvede ai sensi della lettera g)”.

[2]: mi riferisco, ad esempio, alle sentenze di proscioglimento per non doversi procedere, perché l’azione penale non doveva essere iniziata o non doveva essere proseguita per difetto di una condizione di procedibilità, per estinzione del reato, perché l’imputato non è punibile per particolare tenuità del fatto eccetera … e la lista è molto molto lunga!

[3]: come, ad esempio, in caso di archiviazione per infondatezza della notizia di reato, per la mancanza di una condizione di procedibilità eccetera.

NELLE COMUNICAZIONI CON IL PROPRIO COMANDO MILITARE BISOGNA PER FORZA USARE LA RACCOMANDATA O È ANCHE POSSIBILE UTILIZZARE LA POSTA ELETTRONICA CERTIFICATA (COSIDDETTA P.E.C.)?

Un collega mi chiede sostanzialmente se per comunicare formalmente con il proprio Comando (per approfondire il tema delle comunicazioni dei militari, leggi qui!) si deve per forza mandare una raccomandata (magari con avviso di ricevimento) o ci si può eventualmente limitare ad una semplice p.e.c. … beh, prima di andare alla risposta credo sia opportuno fare una breve introduzione su cosa sia una p.e.c. e su che valore legale abbia.

Ebbene … iniziamo col dire che la posta elettronica certificata (la cosiddetta p.e.c, per intenderci!) è un sistema di trasmissione informatica di messaggi simile alla comune e-mail ma che, a differenza di quest’ultima, ha pieno valore legale sulla base della “certificazione” del gestore. Ovviamente, può parlarsi di trasmissione elettronica certificata solo quando sia il mittente che il destinatario abbiano una casella di posta elettronica certificata (servizio che è normalmente a pagamento ma che vi consiglio comunque di sottoscrivere quanto prima: considerate infatti che il prezzo per un anno di abbonamento corrisponde grossomodo a quello che paghereste alla posta per inviare una singola raccomandata con avviso di ricevimento)

Secondo l’art. 5 del D.P.R. n. 68 del 2005, “Regolamento recante disposizioni per l’utilizzo della posta elettronica certificata, a norma dell’articolo 27 della legge 16 gennaio 2003, n. 3” la p.e.c. funziona grossomodo così:“il messaggio di posta elettronica certificata inviato dal mittente al proprio gestore di posta elettronica certificata viene da quest’ultimo trasmesso al destinatario direttamente o trasferito al gestore di posta elettronica certificata di cui si avvale il destinatario stesso; quest’ultimo gestore provvede alla consegna nella casella di posta elettronica certificata del destinatario[1]. Un messaggio inviato tramite p.e.c. assume quindi un pieno valore legale perché il gestore del servizio ne “certifica” l’integrità e la non alterazione: il gestore, infatti, inserisce il messaggio p.e.c. in una “busta di trasporto” (una specie di busta postale virtuale) che garantisce sostanzialmente che questo sia stato trasmesso (e consegnato al destinatario) integro e non alterato [2]. Inoltre, con la:

  • ricevuta di accettazione, si ha la certezza dell’avvenuta trasmissione da parte del mittente con l’esatta indicazione di ora e data di invio;
  • ricevuta di avvenuta consegna, si ottiene una certificazione dell’avvenuta ricezione da parte del destinatario con l’esatta indicazione di ora e data di consegna,

al pari quindi di una comune raccomandata con avviso di ricevimento … ecco perché si dice comunemente che la p.e.c. ha lo stesso valore di una raccomandata [3]!

Tanto premesso, torniamo alla domanda con cui abbiamo aperto questo post: posso comunicare con il mio Comando militare tramite p.e.c. o devo per forza inviare una comune raccomandata? Beh, non c’è alcun dubbio circa la possibilità inviare una p.e.c. al posto di una comune raccomandata (magari con avviso di ricevimento): il nostro Comando è difatti obbligato ad accettarla, attribuendole peraltro il medesimo valore di una comune raccomandata con avviso di ricevimento! L’articolo n. 48 del Decreto Legislativo n. 82 del 2005 “Codice dell’amministrazione digitale” è molto chiaro sul punto, stabilendo che:

  1. La trasmissione telematica di comunicazioni che necessitano di una ricevuta di invio e di una ricevuta di consegna avviene mediante la posta elettronica certificata ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica 11 febbraio 2005, n. 68, o mediante altre soluzioni tecnologiche individuate con le Linee guida.
  2. La trasmissione del documento informatico per via telematica, effettuata ai sensi del comma 1, equivale, salvo che la legge disponga diversamente, alla notificazione per mezzo della posta [4].
  3. La data e l’ora di trasmissione e di ricezione di un documento informatico trasmesso ai sensi del comma 1 sono opponibili ai terzi se conformi alle disposizioni di cui al decreto del Presidente della Repubblica 11 febbraio 2005, n. 68, ed alle relative regole tecniche, ovvero conformi alle Linee guida[5].

So benissimo che molti Comandi dimostrano una certa ritrosia nei confronti della posta elettronica certificata, tanto da bollare chi manda una p.e.c. quasi come un “PECcatore”, ma via assicuro che la cosa è più dovuta al disagio provato per il cambiamento che  ad altro … molti militari sono restii alle novità! Non esitate quindi ad usarla perché è uno strumento al comodo, economico ed estremamente efficace! È solo una questione di tempo … tutti si abitueranno alla p.e.c. e sono convinto che prestissimo nessuno ci farà più caso! Tanto detto, non mi resta che salutarvi … ad maiora!

TCGC

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[1]: art. 6 del D.P.R. n. 68 del 2005 – Ricevuta di accettazione e di avvenuta consegna:“1. Il gestore di posta elettronica certificata utilizzato dal mittente fornisce al mittente stesso la ricevuta di accettazione nella quale sono contenuti i dati di certificazione che costituiscono prova dell’avvenuta spedizione di un messaggio di posta elettronica certificata. 2. Il gestore di posta elettronica certificata utilizzato dal destinatario fornisce al mittente, all’indirizzo elettronico del mittente, la ricevuta di avvenuta consegna. 3. La ricevuta di avvenuta consegna fornisce al mittente prova che il suo messaggio di posta elettronica certificata è effettivamente pervenuto all’indirizzo elettronico dichiarato dal destinatario e certifica il momento della consegna tramite un testo, leggibile dal mittente, contenente i dati di certificazione. 4. La ricevuta di avvenuta consegna può contenere anche la copia completa del messaggio di posta elettronica certificata consegnato secondo quanto specificato dalle regole tecniche di cui all’articolo 17. 5. La ricevuta di avvenuta consegna è rilasciata contestualmente alla consegna del messaggio di posta elettronica certificata nella casella di posta elettronica messa a disposizione del destinatario dal gestore, indipendentemente dall’avvenuta lettura da parte del soggetto destinatario. 6. La ricevuta di avvenuta consegna è emessa esclusivamente a fronte della ricezione di una busta di trasporto valida secondo le modalità previste dalle regole tecniche di cui all’articolo 17. 7. Nel caso in cui il mittente non abbia più la disponibilità delle ricevute dei messaggi di posta elettronica certificata inviati, le informazioni di cui all’articolo 11, detenute dai gestori, sono opponibili ai terzi ai sensi dell’articolo 14, comma 2, del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445”.

[2]: art. 11 del D.P.R. n. 68 del 2005 – Sicurezza della trasmissione:“1. I gestori di posta elettronica certificata trasmettono il messaggio di posta elettronica certificata dal mittente al destinatario integro in tutte le sue parti, includendolo nella busta di trasporto. 2. Durante le fasi di trasmissione del messaggio di posta elettronica certificata, i gestori mantengono traccia delle operazioni svolte su un apposito log dei messaggi. I dati contenuti nel suddetto registro sono conservati dal gestore di posta elettronica certificata per trenta mesi. 3. Per la tenuta del registro i gestori adottano le opportune soluzioni tecniche e organizzative che garantiscano la riservatezza, la sicurezza, l’integrità e l’inalterabilità nel tempo delle informazioni in esso contenute. 4. I gestori di posta elettronica certificata prevedono, comunque, l’esistenza di servizi di emergenza che in ogni caso assicurano il completamento della trasmissione ed il rilascio delle ricevute”.

[3]: peraltro, come vedremo dopo, ai sensi dell’art. 48 del Codice dell’Amministrazione digitale (Decreto Legislativo n. 82 del 2005):“1. La trasmissione telematica di comunicazioni che necessitano di una ricevuta di invio e di una ricevuta di consegna avviene mediante la posta elettronica certificata ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica 11 febbraio 2005, n. 68, o mediante altre soluzioni tecnologiche individuate con le Linee guida. 2. La trasmissione del documento informatico per via telematica, effettuata ai sensi del comma 1, equivale, salvo che la legge disponga diversamente, alla notificazione per mezzo della posta. 3. La data e l’ora di trasmissione e di ricezione di un documento informatico trasmesso ai sensi del comma 1 sono opponibili ai terzi se conformi alle disposizioni di cui al decreto del Presidente della Repubblica 11 febbraio 2005, n. 68, ed alle relative regole tecniche, ovvero conformi alle Linee guida”.

[4]: peraltro, l’articolo 47 del Codice dell’Amministrazione digitale (Decreto Legislativo n. 82 del 2005) prevede che:“le pubbliche amministrazioni utilizzano per le comunicazioni tra l’amministrazione ed i propri dipendenti la posta elettronica o altri strumenti informatici di comunicazione nel rispetto delle norme in materia di protezione dei dati personali e previa informativa agli interessati in merito al grado di riservatezza degli strumenti utilizzati” (art. 47, comma 3).

[5]: a dire il vero, il Codice dell’Amministrazione digitale (Decreto Legislativo n. 82 del 2005) si spinge oltre. L’art. 45 prevede infatti che:“1. I documenti trasmessi da chiunque ad una pubblica amministrazione con qualsiasi mezzo telematico o informatico, idoneo ad accertarne la provenienza, soddisfano il requisito della forma scritta e la loro trasmissione non deve essere seguita da quella del documento originale. 2. Il documento informatico trasmesso per via telematica si intende spedito dal mittente se inviato al proprio gestore, e si intende consegnato al destinatario se reso disponibile all’indirizzo elettronico da questi dichiarato, nella casella di posta elettronica del destinatario messa a disposizione dal gestore”.

IL MILITARE IN CONGEDO È SOTTOPOSTO ALLA DISCIPLINA MILITARE?

Il militare in congedo è sottoposto alla disciplina militare? Insomma  … può esser in qualche modo punito? Sembrerà strano ad alcuni ma la risposta è sì! Infatti il personale militare in congedo, conservando lo status militare ed il grado posseduto, pur non avendo più alcun obbligo di servizio è pur sempre tenuto ad una condotta compatibile con la dignità, il decoro e l’onore del grado rivestito. Ecco quindi perché, nel caso violi tali doveri comportamentali, può subire l’irrogazione di (sole [1] ) sanzioni disciplinari di stato (per approfondire leggi qui!) quali, ai sensi dell’art. 1357 del Decreto legislativo n. 66 del 2010 “Codice dell’ordinamento militare” (cosiddetto COM):

  • la sospensione dalle funzioni del grado per un periodo che va da uno a 12 mesi, con conseguente detrazione di anzianità (per approfondire leggi qui!);
  • la perdita del grado per rimozione, allorquando le violazioni alla disciplina commesse siano talmente gravi da rendere inconciliabile la permanenza del soggetto nell’ambito della compagine militare … e questo a prescindere dal fatto che sia o meno in servizio!

Come si procede? Beh … il procedimento di irrogazione di una sanzione disciplinare di stato (per approfondire leggi qui!) ad un militare in congedo, oltre a poter essere ordinato direttamente dal Ministro della Difesa (articolo 1377 del COM), può essere disposto anche dai “comandanti territoriali di livello gerarchico pari a generale di corpo d’armata e gradi corrispondenti competenti in ragione del luogo di residenza dell’interessato se in congedo” (articolo 1378 del COM) … poi, per il resto, si svolge grossomodo come quello previsto per il personale in servizio, con la nomina di un ufficiale inquirente, lo svolgimento di una inchiesta formale (per approfondire leggi qui!) eccetera … 

Tutto qui, non c’è molto altro da dire … ad maiora!

TCGC

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[1]: non è infatti prevista la possibilità di irrogare al militare in congedo sanzioni disciplinari di corpo.

 

IL PROCEDIMENTO DISCIPLINARE MILITARE DI STATO

Il procedimento disciplinare di stato (per approfondire leggi qui!) viene “attivato” a seguito:

  • di un giudizio penale [1] (è quindi necessario, in questo caso, che ci sia una sentenza o decreto penale a carico del militare e, badate bene, non necessariamente di condanna!);
  • di una grave mancanza disciplinare [2].

Tanto premesso sappiate che, ai sensi dell’articolo 1176 del Decreto legislativo n. 66 del 2010 “Codice dell’ordinamento militare” (cosiddetto COM), il procedimento disciplinare di stato[…] inizia con l’inchiesta formale [per approfondire leggi qui!], che comporta la contestazione degli addebiti”. Tale inchiesta, ai sensi del successivo articolo 1377 del COM, consiste poi nel “complesso degli atti diretti all’accertamento di una infrazione disciplinare per la quale il militare può essere passibile di una delle sanzioni indicate all’articolo 1357”, cioè di una sanzione disciplinare di stato! Una volta che si è conclusa l’inchiesta formale (per approfondire leggi qui!) e sulla base delle relative risultanze, ai sensi del citato articolo 1377 del COM, l’Autorità che l’ha disposta propone al Ministro (nella sostanza alla Direzione Generale per il Personale Militare che ha la delega del Ministro della Difesa per l’irrogazione delle sanzioni disciplinari di stato a carico della stragrande maggioranza del personale dell’Esercito, della Marina, dell’Aeronautica e dell’Arma dei Carabinieri) di definire la posizione del militare inquisito:

  • senza sanzioni di stato;
  • con la sanzione di stato della sospensione disciplinare dall’impiego (o della “sospensione disciplinare dalle funzioni del grado” per il solo personale in congedo).

Conseguentemente, il procedimento si conclude con l’irrogazione di una sanzione disciplinare di stato ovvero con il proscioglimento del militare inquisito da ogni addebito disciplinare [3].

Nel caso in cui l’Autorità che ha ordinato l’inchiesta formale disciplinare ritenga però che il militare inquisito possa essere passibile della sanzione di stato espulsiva della perdita del grado per rimozione (o della “cessazione dalla ferma o dalla rafferma” per il personale non in servizio permanente), ne ordina il deferimento a una Commissione di disciplina. Quest’ultima è un organo collegiale, formato ad hoc di volta in volta per ogni diverso procedimento disciplinare di stato, con una composizione che varia in relazione al grado del militare inquisito [4] e che, ai sensi dell’articolo 1388 del COM, effettua un’ulteriore istruttoria [5] finalizzata però esclusivamente a valutare l’opportunità che il militare inquisito possa o meno continuare a vestire il proprio grado militare. Insomma, trova sostanzialmente la risposta alla seguente domanda:“il militare inquisito è meritevole di conservare il grado?” (ovvero, per il personale non in servizio permanente, di permanere in ferma o in rafferma?).

Gli atti della Commissione di disciplina vengono infine inviati al Ministro (nella sostanza alla Direzione Generale per il Personale Militare che ha la delega del Ministro della Difesa per l’irrogazione delle sanzioni disciplinari di stato a carico della stragrande maggioranza del personale dell’Esercito, della Marina, dell’Aeronautica e dell’Arma dei Carabinieri) che nella normalità dei casi conclude il procedimento con l’irrogazione di una sanzione disciplinare di stato ovvero con il proscioglimento del militare inquisito da ogni addebito disciplinare [6].

Se siete arrivati a leggere fino a questo punto, credo che abbiate inquadrato l’argomento in modo sufficientemente chiaro … non mi resta quindi che salutarvi, ad maiora!

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[1]: l’inchiesta formale a seguito di giudizio penale deve essere “attivata” entro 90 giorni dalla data in cui l’Amministrazione della Difesa ha avuto conoscenza integrale della sentenza irrevocabile, del decreto penale di condanna o del provvedimento di archiviazione e deve concludersi entro 270 giorni totali (a far data sempre dalla data di conoscenza della sentenza irrevocabile, del decreto penale o del provvedimento di archiviazione da parte dell’Amministrazione).

[2]: l’inchiesta formale per grave mancanza disciplinare deve essere “attivata” entro 60 giorni dalla conclusione degli accertamenti preliminari (da effettuarsi entro 180 giorni dalla conoscenza del fatto da parte dell’Amministrazione). Fate bene attenzione al fatto che tale procedimento si estingue entro 90 giorni dall’ultimo atto di procedura senza che nessuna ulteriore attività sia stata compiuta.

[3]: nella pratica, accade spesso che contestualmente al proscioglimento del militare inquisito da ogni addebito disciplinare, gli atti vengano comunque trasmessi al relativo Comandante di corpo “per le valutazioni di competenza” … detto altrimenti, affinché questi proceda al vaglio disciplinare dei fatti finalizzato all’eventuale adozione di un provvedimento disciplinare di corpo.

[4]: art. 1380 COM – Composizione delle commissioni di disciplina:“1. La commissione di disciplina è formata di volta in volta, in relazione al grado rivestito dal giudicando, dall’autorità che ha disposto l’inchiesta formale. 2. Quando l’inchiesta formale è disposta dal Ministro della difesa, la commissione di disciplina è formata da uno dei comandanti militari indicati dall’articolo 1378, designato dal Ministro stesso; se il giudicando è ufficiale generale o colonnello alla composizione della commissione provvede il Ministro della difesa […]”.

art. 1381 COM – Commissioni di disciplina per gli ufficiali generali, colonnelli e gradi corrispondenti:“1. La commissione di disciplina per i generali o colonnelli, e gradi corrispondenti, si compone di cinque ufficiali generali o di grado corrispondente, della stessa Forza armata cui il giudicando appartiene, tutti in servizio permanente e di grado superiore a quello rivestito dal giudicando medesimo, o anche di sola anzianità superiore se trattisi di generale di corpo d’armata o ufficiale di grado corrispondente […]”.

art. 1382 COM – Commissioni di disciplina per gli altri ufficiali:“1. La commissione di disciplina per gli ufficiali da sottotenente a tenente colonnello, o gradi corrispondenti, si compone di cinque ufficiali della stessa Forza armata cui appartiene il giudicando, tutti in servizio permanente e di grado superiore a quello rivestito dal giudicando medesimo […]”.

art. 1383 COM – Commissioni di disciplina per i sottufficiali, i graduati e i militari di truppa:“1. La commissione di disciplina per i giudizi a carico di uno o più sottufficiali o volontari di una stessa Forza armata si compone di tre ufficiali in servizio permanente, dei quali almeno due ufficiali superiori e l’altro di grado non inferiore a capitano o corrispondente, tutti della Forza armata cui il giudicando o i giudicandi appartengono […]”.

art. 1384 COM – Commissioni di disciplina per gli appuntati e carabinieri:“1. La commissione di disciplina per gli appuntati e carabinieri si compone di un ufficiale superiore dell’Arma dei carabinieri, presidente, e di due capitani dell’Arma stessa in servizio”.

art. 1385 COM – Commissioni di disciplina per militari appartenenti a diverse Forze armate:

1. Per la formazione della commissione di disciplina a carico di più militari appartenenti a Forze armate diverse, il presidente è tratto dalla Forza armata cui appartiene il più elevato in grado o più anziano.

2.Per la scelta degli altri quattro membri:

a) se il numero dei giudicandi è di due, tre membri sono tratti dalla Forza armata cui appartiene il meno elevato in grado o meno anziano e un membro è tratto dalla Forza armata cui appartiene il presidente;

b) se il numero dei giudicandi è superiore a due, ed essi appartengano a due Forze armate, tre membri sono tratti dalla Forza armata cui appartiene il giudicando meno elevato in grado o meno anziano e uno è tratto dalla Forza armata cui appartiene il presidente. Nel caso che il più elevato in grado o più anziano e il meno elevato in grado o meno anziano appartengano alla stessa Forza armata, per la scelta dei membri sarà considerato meno elevato in grado il giudicando di minor grado o di minore anzianità appartenente alla Forza armata diversa da quella cui appartiene il presidente;

c) se il numero dei giudicandi è superiore a due ed essi appartengano a tre Forze armate, sono tratti due membri da ciascuna delle due Forze armate diverse da quella cui appartiene il presidente;

d) se i giudicandi appartengono a più di tre Forze armate si prevedono due componenti per Forza armata e il membro della stessa Forza armata del presidente deve essere l’ufficiale meno elevato in grado o meno anziano”.

[5]: art. 1388 COM – Procedimento davanti alla commissione di disciplina:

1. Aperta la seduta, il presidente richiama l’attenzione dei membri della commissione sull’importanza dei giudizi che sono chiamati a esprimere; avvisa, inoltre, che devono astenersi, nel chiedere chiarimenti, dal fare apprezzamenti.

2. Fa introdurre quindi il militare, se presente, e:

a) legge l’ordine di convocazione;

b) legge le dichiarazioni scritte dell’avvenuto esame, la parte propria e degli altri membri, degli atti dell’inchiesta formale;

c) fa leggere dal segretario la relazione riepilogativa;

d) chiede se i membri della commissione o il giudicando e l’ufficiale difensore desiderano che sia letto qualsiasi atto dell’inchiesta e, se lo ritiene necessario, ne autorizza la lettura.

3. Il presidente e i membri della commissione previa autorizzazione del presidente possono chiedere al militare chiarimenti sui fatti a lui addebitati.

4. Il giudicando può presentare una memoria, preparata in precedenza e firmata, contenente la sua difesa e può produrre eventuali nuovi documenti. Se non intende valersi di dette facoltà ne rilascia dichiarazione scritta.

5. La memoria e i documenti sono letti da uno dei componenti della commissione e allegati agli atti.

6. Il giudicando, se presente, è ammesso a esporre, anche a mezzo dell’ufficiale difensore, le ragioni a difesa.

7. Il presidente chiede al giudicando, se presente, se ha altro da aggiungere.

8. Udite le ragioni a difesa ed esaminati gli eventuali nuovi documenti, il presidente fa ritirare il militare.

9. La commissione, se ritiene di non poter esprimere, il proprio giudizio senza un supplemento di istruttoria, sospende il procedimento e restituisce gli atti all’autorità che ha ordinato la convocazione, precisando i punti sui quali giudica necessarie nuove indagini.

10. Non verificandosi l’ipotesi di cui al comma 9, il presidente mette alternativamente ai voti i seguenti quesiti:

a) «Il [… militare inquisito …] è meritevole di conservare il grado?»;

b) «Il [… militare inquisito …] è meritevole di permanere in ferma (o in rafferma)?»;

11. La votazione si svolge con modalità tali da garantire la segretezza del voto di ciascun membro. Il giudizio della commissione è espresso a maggioranza assoluta e non è motivato.

12. Il segretario compila subito il verbale della seduta col giudizio della commissione; il verbale è letto e firmato dai componenti della commissione.

13. Il presidente scioglie la commissione e trasmette gli atti direttamente al Ministero della difesa.

14. I componenti della commissione sono vincolati al segreto di ufficio”.

[6]: nella pratica, accade spesso che contestualmente al proscioglimento del militare inquisito da ogni addebito disciplinare, gli atti vengano comunque trasmessi al relativo Comandante di corpo “per le valutazioni di competenza” … detto altrimenti affinché questi proceda al vaglio disciplinare dei fatti finalizzato all’eventuale adozione di un provvedimento disciplinare di corpo.

L’INCHIESTA FORMALE DISCIPLINARE MILITARE

L’inchiesta formale disciplinare è quella fase del procedimento disciplinare di stato (per approfondire leggi qui!) che, ai sensi dell’articolo 1377 del Decreto legislativo n. 66 del 2010 “Codice dell’ordinamento militare” (cosiddetto COM), consiste nel “complesso degli atti diretti all’accertamento di una infrazione disciplinare per la quale il militare può essere passibile di una delle sanzioni indicate all’articolo 1357”, cioè di una sanzione disciplinare di stato appunto! Visto quindi che l’inchiesta formale disciplinare altro non è se non un’istruttoria finalizzata alla raccolta di tutti gli elementi necessari all’accertamento dei fatti che costituiscono la mancanza disciplinare attribuita al militare inquisito e per la quale può essere irrogata allo stesso una sanzione disciplinare di stato, tenete da subito ben presente che non può essere disposta da qualunque superiore ma, al contrario, esclusivamente:

  • dal Ministro della difesa, per tutti i militari [1];
  • da altre Autorità militari, specificamente individuate in ragione della relativa competenza sul militare inquisito [2].

Semplificando al massimo – non me ne vogliano i colleghi giuristi ma questo post non è stato scritto per loro! – possiamo dire che l’inchiesta formale disciplinare, al pari di ogni procedimento amministrativo regolato dalla legge n. 241 del 1990 “Nuove norme in materia di procedimento amministrativo […]”, consta di 3 diverse fasi:

1. AVVIO

In questa fase l’Autorità competente ad ordinare l’inchiesta formale nomina un Ufficiale inquirente che, per prima cosa, contesta al militare inquisito il fatto o i fatti per i quali si ipotizza la relativa responsabilità disciplinare (la cosiddetta “contestazione degli addebiti” [3]).

2. ISTRUTTORIA

In questa fase l’Ufficiale inquirente:

  • convoca il militare inquisito per prendere visione dei documenti agli atti dell’inchiesta ed essere ascoltato in merito ai fatti che gli sono stati contestati, fissando un termine entro il quale quest’ultimo può presentare eventuali memorie difensive o giustificazioni, sollecitare ulteriori indagini o accertamenti, richiedere l’audizione di personale eccetera;
  • compila una “relazione riepilogativa della quale fa prendere visione al militare inquisito, fissando un ulteriore termine per fargli presentare eventuali ulteriori memorie/deduzioni difensive finali.

3. CONCLUSIONE

In tale ultima fase l’Ufficiale inquirente redige e trasmette una relazione finale” all’Autorità che ha disposto l’inchiesta e con ciò conclude l’inchiesta formale (non il procedimento disciplinare di stato che invece prosegue – per approfondire leggi qui!). Preciso che:

  • l’Ufficiale inquirente è tenuto a redigere tale “relazione finalesenza esprimere alcun giudizio: deve infatti limitarsi a chiarire se l’addebito è fondato, parzialmente fondato o infondato, senza formulare proposte o aggiungere altro;
  • ai sensi dell’articolo 1050 del Decreto del Presidente della Repubblica n. 90 del 2010 “Testo unico delle disposizioni regolamentari in materia di ordinamento militare” (cosiddetto TUOM), la “relazione finale” non è ostensibile al militare inquisito o al relativo difensore fino al termine del procedimento … detto altrimenti non può essere visionata o acquisita prima dell’emanazione del provvedimento finale;
  • durante tutta l’inchiesta formale il militare inquisito è assistito da un “militare difensore” nonché, in aggiunta a questi (badate bene … ho scritto “in aggiunta a …” e nonal posto del …”) e a proprie spese, anche da un Avvocato del libero foro [4]. Ritengo necessario evidenziare che tale Avvocato assume la medesima posizione procedurale del “militare difensore” e ciò significa che non può patrocinare alcuna causa … mi spiego meglio … non può fare alcuna arringa difensiva o contrattare con l’Ufficiale inquirente alcunchè … anche perchè, come abbiamo visto, l’Ufficiale inquirente non ha alcun potere decisionale!

Se siete arrivati a leggere fino a questo punto, credo che abbiate inquadrato l’argomento in modo sufficientemente chiaro … non mi resta quindi che salutarvi, ad maiora!

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[1]: infatti, ai sensi dell’art. 1377 COM “[…] il Ministro della difesa può, in ogni caso e nei confronti di qualsiasi militare, ordinare direttamente una inchiesta formale”.

[2]: art. 1378 COM:“1. La decisione di sottoporre un militare a inchiesta formale spetta alle seguenti autorità:

a) al Ministro della difesa se si tratti di: 1) ufficiali generali o colonnelli o gradi corrispondenti; 2) ufficiali o sottufficiali assegnati a enti, comandi e reparti di altra Forza armata; 3) militari corresponsabili appartenenti alla stessa Forza armata, ma dipendenti da autorità diverse; 4) militari corresponsabili appartenenti a Forze armate diverse, anche quando ricorre l ‘ipotesi di connessione tra i fatti a loro ascritti;

b) al Capo di stato maggiore della difesa, nell’area di competenza, nei confronti del personale militare dipendente;

c) al Segretario generale della difesa, se militare, nei confronti del personale militare dipendente dell’area tecnico-amministrativa e tecnico-industriale;

d) ai Capi di stato maggiore, sul personale militare in servizio presso reparti e uffici dei rispettivi stati maggiori e organismi centrali di Forza armata;

e) al Comandante generale dell’Arma dei carabinieri: 1) per gli ufficiali dell’Arma dei carabinieri; 2) per gli altri militari dell’Arma, se non provvedono le autorità di cui alle lettere h) e i);

f) ai rispettivi comandanti di Forza armata, di livello gerarchico pari a generale di corpo d’armata o gradi corrispondenti, per gli ufficiali, i sottufficiali e i volontari in servizio dell’Esercito italiano e dell’Aeronautica militare, nonché agli alti comandanti della Marina militare, per gli ufficiali, i sottufficiali e i volontari in servizio della Marina militare; ai comandanti territoriali di livello gerarchico pari a generale di corpo d’armata e gradi corrispondenti competenti in ragione del luogo di residenza dell’interessato se in congedo;

g) al comandante militare competente a provvedere per il sottufficiale o per il militare di truppa più elevato in grado o più anziano, se vi è corresponsabilità tra sottufficiali o i militari di truppa della stessa Forza armata dipendenti da comandanti militari diversi o residenti in territori di competenza di diversi comandanti militari territoriali, tra quelli sopra considerati;

h) ai rispettivi comandanti di vertice, di livello gerarchico pari a generale di corpo d’armata, per gli ispettori e i sovrintendenti dell’Arma dei carabinieri in servizio, o in caso diverso o in mancanza di tale dipendenza, ai comandanti territoriali di livello gerarchico pari a generale di corpo d’armata competenti in ragione del luogo di residenza dell’interessato;

i) ai rispettivi comandanti di corpo per gli appuntati e carabinieri in servizio, o in caso diverso o in mancanza di tale dipendenza, al comandante territoriale di corpo competente in ragione del luogo di residenza dell’interessato. In caso di corresponsabilità tra più appuntati e carabinieri provvede il comandante di corpo del più elevato in grado o del più anziano. In caso di corresponsabilità con militari di altre Forze armate si provvede ai sensi della lettera g)”.

[3]: e questo perché, ai sensi dell’art. 1370 COM, “nessuna sanzione disciplinare può essere inflitta senza contestazione degli addebiti e senza che sono state acquisite e vagliate le giustificazioni addotte dal militare interessato […]”.

[4]: art. 1370 del COM:“[…] 2. Il militare inquisito è assistito da un difensore da lui scelto fra militari in servizio, anche non appartenenti al medesimo ente o Forza armata nella quale egli presta servizio o, in mancanza, designato d’ufficio. Il difensore designato d’ufficio non può rifiutarsi salvo sussista un legittimo impedimento. Un militare non può esercitare l’ufficio di difensore più di sei volte in dodici mesi. […] 3-bis. Nei procedimenti disciplinari di stato il militare inquisito, in aggiunta al difensore […] può farsi assistere, a sue spese, anche da un avvocato del libero foro”.

LE INCHIESTE MILITARI PER EVENTI DI PARTICOLARE GRAVITÀ O RISONANZA: L’INCHIESTA SOMMARIA E L’INCHIESTA FORMALE

Con le inchieste sommarie e le inchieste formali vengono accertate le cause che hanno determinato eventi di particolare gravità o risonanza in modo che l’Amministrazione possa adottare le contromisure idonee ad evitare il ripetersi di tali accadimenti e sanzionare gli eventuali responsabili. In tal senso, l’articolo 530 del Decreto legislativo n. 66 del 2010 “Codice dell’ordinamento militare” (cosiddetto COM) che prevede infatti che “il Ministero della difesa dispone le inchieste sommarie e formali volte ad accertare le cause soggettive e oggettive che hanno determinato eventi di particolare gravità o risonanza nell’ambito dell’Amministrazione della difesa, allo scopo di valutare l’opportunità di adottare le misure correttive di carattere organizzativo o tecnico necessarie a evitare il ripetersi degli eventi dannosi e di dare l’avvio ai procedimenti rivolti a individuare eventuali responsabilità penali, disciplinari, amministrative, in merito alla causazione dell’evento”.

Tanto premesso, il Decreto del Presidente della Repubblica n. 90 del 2010 “Testo unico delle disposizioni regolamentari in materia di ordinamento militare(cosiddetto TUOM) chiarisce alcuni aspetti fondamentali della questione e, in particolare:

1. la differenza tra inchiesta sommaria e inchiesta formale, rilevando che “si intendono per:

  • inchieste sommarie quelle disposte nell’immediatezza dell’evento e condotte secondo modalità semplificate, anche allo scopo di evitare la dispersione degli elementi utili per gli eventuali ulteriori accertamenti [1];
  • inchieste formali quelle disposte quando la gravità dell’evento richiede nell’immediato un approfondito esame, ovvero sia necessario, sulla base dei risultati dell’inchiesta sommaria, esperire indagini più articolate e complesse, al fine di accertare le cause dell’evento” (articolo 552 TUOM);

2. la nozione di evento di particolare gravità o risonanza, chiarendo che tali sono da considerarsi:

  • gli avvenimenti dannosi che interessano personale, mezzi o beni del Ministero della difesa, quali, a titolo esemplificativo, incidenti e infortuni rilevanti connessi all’impiego operativo, all’attività addestrativa e comunque al servizio, furti, smarrimenti o danneggiamenti di materiali e apparati particolarmente delicati e importanti, come a esempio armi e munizionamenti, ed eventi relativi alla situazione sanitaria nei reparti;
  • gli accadimenti che potrebbero avere riflessi negativi sull’opinione pubblica per la loro delicatezza o per il numero di persone coinvolte;
  • i sinistri marittimi, intesi come qualsiasi evento dannoso accaduto, in navigazione o in porto, a unità navali appartenenti all’Amministrazione della difesa o a persone o beni a bordo (articolo 553 TUOM) [2] ”.

A) L’INCHIESTA SOMMARIA

Ai sensi dell’articolo 557 del TUOM, l’Autorità competente ad ordinare l’inchiesta sommaria [3]nomina, entro quindici giorni dal ricevimento della notizia dell’evento, un ufficiale inquirente per l’esecuzione dell’inchiesta”. Il successivo articolo 559 del TUOM ci chiarisce poi a cosa consista tale inchiesta, ovverosia:“a) nell’acquisizione della relazione del comandante di corpo, ovvero del titolare del comando, ente, unità o ufficio interessati all’evento; b) nella raccolta di tutte le notizie relative all’evento quali: località, data, ora, circostanze, generalità del personale coinvolto, beni della difesa interessati dall’evento, dinamica e probabili cause, provvedimenti adottati, eventuali interventi dell’autorità giudiziaria, documenti o altri mezzi di prova, nonché ogni altro elemento di informazione utile; c) nella raccolta di dichiarazioni testimoniali di personale militare e civile della Difesa, nonché di persone estranee all’Amministrazione della difesa in grado di fornire notizie utili ai fini dell’inchiesta, le cui attestazioni sono verbalizzate a cura dell’ufficiale inquirente e sottoscritte dal dichiarante; d) nella compilazione di un rapporto riassuntivo dell’evento, recante i risultati delle indagini e le considerazioni sulle cause dell’evento”. Tale “rapporto riassuntivo dell’evento” deve essere inviato, entro 90 giorni, all’Autorità che ha ordinato l’esecuzione dell’inchiesta sommaria che a sua volta lo trasmetterà nei successivi 30 giorni, corredato di un proprio motivato parere e l’indicazione degli eventuali provvedimenti adottati, allo Stato Maggiore della Difesa, al Segretariato Generale della Difesa, allo Stato Maggiore di Forza Armata ovvero al Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri a seconda dell’area di appartenenza dell’Ente coinvolto nell’evento negativo (articolo 560 [4] TUOM).

B) L’INCHIESTA FORMALE

Ai sensi dell’articolo 561 del TUOM, successivamente all’inchiesta sommaria (ovvero a volte anche a prescindere da questa), può essere disposta una inchiesta formale qualora [5]:

  • dall’inchiesta sommaria non siano emerse le cause dell’evento;
  • si sia verificato un evento grave o gravissimo che abbia determinato la morte, lesioni gravi o gravissime a persone ovvero la perdita o il grave danneggiamento di beni di rilevante valore o particolare importanza [6] ;
  • venga ritenuto opportuno procedere ad una inchiesta formale in ragione della rilevanza degli eventi (e questo, quindi, anche in assenza di una preventiva inchiesta sommaria!).

A differenza di quanto avviene per le inchieste sommarie, l’inchiesta formale non viene eseguita da un singolo Ufficiale inquirente, bensì da una Commissione d’inchiesta formale che, ai sensi dell’articolo 563 del TUOM:

  • è costituita da “a) un presidente di grado superiore o, se pari grado, più anziano del comandante di corpo o titolare del comando, ente, unità o ufficio presso cui si è verificato l’evento; b) due o quattro membri di grado superiore o, se pari grado, più anziani del comandante di corpo o del titolare del comando, ente, unità o ufficio presso cui si è verificato l’evento, di cui uno con funzioni di segretario”;
  • ha facoltà di avvalersi, qualora ritenuto utile ai fini dell’inchiesta, di personale appartenente all’Amministrazione della difesa, ovvero di consulenti tecnici esterni […]”;
  • procede: a) all’esame degli atti dell’inchiesta sommaria, ove precedentemente effettuata; b) all’esecuzione di accertamenti, rilievi e sopralluoghi, qualora necessari anche esterni rispetto all’ente o al reparto presso cui si è verificato l’evento; c) all’acquisizione di eventuali ulteriori documenti e dichiarazioni testimoniali di personale militare e civile della Difesa, nonché di persone estranee all’Amministrazione della difesa; d) all’esame delle relazioni dei consulenti, qualora nominati; e) all’effettuazione di ogni altra attività ritenuta utile ai fini dell’inchiesta”;
  • conclude i propri lavori con “con un rapporto finale, corredato di tutta la documentazione acquisita agli atti, contenente: a) una circostanziata ricostruzione dell’evento; b) deduzioni, considerazioni di ordine giuridico e tecnico; motivazioni; c) il parere chiaro ed esplicito sulle cause che hanno provocato l’evento; d) data e sottoscrizione di tutti i componenti della commissione”.

Infine, ai sensi del successivo articolo 564 [7] del TUOM, entro 120 giorni la Commissione “rimette all’autorità che ha ordinato l’inchiesta gli atti conclusivi dell’inchiesta formale, la quale adotta, entro 180 giorni (badate bene … decorrenti dal momento in cui l’inchiesta formale è stata disposta), “con decisione motivata, i provvedimenti ritenuti necessari”.

Se siete arrivati a leggere fino a questo punto, credo che abbiate inquadrato l’argomento in modo sufficientemente chiaro … non mi resta quindi che salutarvi, ad maiora!

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[1]: per quanto attiene specificamente alle inchieste sommarie, l’articolo 555 TUOM stabilisce inoltre che, nell’immediatezza dell’evento, “i comandanti di corpo, i titolari di comandi, enti, unità o uffici nel cui ambito si è verificato l’evento di particolare gravità o risonanza, provvedono a:

a) impedire la dispersione o alterazione di cose, documenti e in genere di tutti gli elementi utili per i successivi adempimenti;

b) dare tempestiva comunicazione dell’evento, attraverso la linea gerarchica, all’autorità competente a disporre l’inchiesta sommaria, ai sensi dell’articolo 556, comma 1, nonché allo Stato maggiore della difesa, per gli eventi occorsi nell’area tecnico-operativa, o al Segretariato generale della difesa, per gli eventi verificatisi nell’area tecnico-amministrativa e tecnico-industriale;

c) redigere una relazione tecnica, recante l’indicazione delle circostanze in cui si è verificato l’evento, della dinamica di svolgimento dei fatti, dei provvedimenti adottati, nonché le eventuali valutazioni, trasmettendola, entro cinque giorni, all’autorità competente a disporre l’inchiesta sommaria, di cui alla lettera b), per la medesima via gerarchica, ovvero entro dieci giorni per gli eventi verificatisi nel corso di operazioni all’estero;

d) inoltrare, se l’evento si è verificato nell’ambito di operazioni o esercitazioni internazionali, multinazionali o NATO a carattere interforze, la comunicazione di cui alla lettera b) anche allo Stato maggiore della Forza armata o al Comando generale dell’Arma di carabinieri a cui appartengono il personale, i beni o i mezzi coinvolti”.

[2]: non sono considerati eventi di particolare gravità e risonanzagli incidenti automobilistici, nei quali sono rimasti coinvolti automezzi isolati e che non hanno comportato gravi lesioni fisiche o perdite di vite umane” (art. 530, comma 3, del COM).

[3]: ai sensi dell’articolo 556 del TUOM, sono competenti ad ordinare l’inchiesta sommaria:

a) il Capo di stato maggiore della difesa quando: 1) gli eventi sono avvenuti nell’ambito di enti e organismi, in Italia o all’estero, dipendenti direttamente dalla predetta autorità o dal Sottocapo di stato maggiore della difesa o dal Comandante del Comando operativo di vertice interforze; 2) gli eventi sono avvenuti nell’ambito di operazioni, missioni o esercitazioni per le quali tale autorità esercita o ha delegato le funzioni di comando e controllo;

b) il Segretario generale della difesa, quando gli eventi sono avvenuti nell’ambito del Segretariato generale;

c) i superiori gerarchici del comando, ente, unità e ufficio coinvolti nell’evento, il cui livello ordinativo è individuato, in via generale, con decreto del Ministro della difesa, in base all’assetto organizzativo delle aree tecnico-operativa, tecnico-amministrativa e tecnico-industriale del Ministero della difesa, nonché alla capacità ad acquisire, con la necessaria tempestività, gli elementi necessari per valutare l’opportunità di disporre l’inchiesta sommaria e ad adottare o proporre le misure correttive, sulla base dei risultati dell’indagine, fermo restando quanto disposto dal codice della navigazione in materia di sinistri marittimi […]” (art. 556 del TUOM).

[4]: art. 560 del TUOM – Invio degli atti dell’inchiesta sommaria:

1. Gli atti dell’inchiesta sommaria sono inviati, al più presto e comunque entro novanta giorni dalla data in cui è stata disposta, all’autorità che ne ha ordinato l’esecuzione e da questa trasmessi, nei successivi trenta giorni, con motivato parere e con l’indicazione degli eventuali provvedimenti adottati, allo Stato maggiore della difesa, al Segretariato generale della difesa, agli Stati maggiori di Forza armata, ovvero al Comando generale dell’Arma dei carabinieri, in relazione all’area di appartenenza del Comando, ente, unità o ufficio presso i quali si è verificato l’evento.

2. Lo Stato maggiore della difesa, il Segretariato generale, gli Stati maggiori di Forza armata e il Comando generale dell’Arma dei carabinieri, ricevuti gli atti dell’inchiesta sommaria, procedono al loro esame da concludersi, con decisione motivata dell’autorità di vertice dei predetti organismi, entro centocinquanta giorni dalla data in cui essa è stata disposta. Tale autorità di vertice può ordinare, se ritenuto necessario, l’esecuzione di ulteriori indagini, i cui risultati sono valutati entro i successivi trenta giorni.

3. Una sintetica scheda informativa sugli esiti dell’inchiesta sommaria è inviata, senza ritardo, a cura dei citati Stati maggiori o del Segretariato generale o del Comando generale dell’Arma dei carabinieri, al Ministro della difesa. Gli Stati maggiori di Forza armata e il Comando generale dell’Arma dei carabinieri informano, altresì, degli esiti dell’inchiesta lo Stato maggiore della difesa”.

[5]: art. 561 del TUOM – Autorità competenti a ordinare l’inchiesta formale:

1. Sulla base delle risultanze dell’inchiesta sommaria, il Capo di stato maggiore della difesa, il Segretario generale della difesa, i Capi di stato maggiore di Forza armata e, per l’Arma dei carabinieri, il Comandante generale, se lo ritengono necessario ai fini dell’accertamento delle cause dell’evento, dispongono con provvedimento motivato la nomina della commissione d’inchiesta formale.

2. L’inchiesta formale è sempre disposta nel caso di evento grave che abbia comportato la perdita di vite umane o lesioni gravi o gravissime a una o più persone, ovvero perdite o grave danneggiamento di beni di rilevante valore o di particolare importanza, salvo il caso in cui appaia evidente, dall’esito dell’inchiesta sommaria, che l’evento si è verificato in conseguenza di caso fortuito o di forza maggiore, ovvero che l’autorità competente a ordinare l’inchiesta formale abbia verificato che l’inchiesta sommaria svolta ha compiutamente esaurito ogni possibile accertamento.

3. L’inchiesta formale può essere disposta anche in mancanza di una precedente inchiesta sommaria, se le autorità di cui al comma 1, valutano opportuno, in relazione alla natura e alla gravità dei fatti da accertare, avvalersi della commissione di inchiesta formale. Tale facoltà può essere esercitata esclusivamente dal Capo di stato maggiore della difesa quando gli eventi sono avvenuti nell’ambito di operazioni, missioni o esercitazioni per le quali esercita o ha delegato le funzioni di comando e controllo.

4. L’autorità che dispone l’inchiesta fissa il termine, non superiore a centoventi giorni, per la conclusione dei lavori della commissione. Il termine di conclusione dell’inchiesta formale è di centottanta giorni, a decorrere dalla data in cui è disposta”.

[6]: tranne ovviamente nel caso in cui, a seguito dell’inchiesta sommaria, non risulti possibile esperire alcun ulteriore accertamento/verifica ovvero sia stato dimostrato che l’evento si è verificato per caso fortuito o forza maggiore.

[7]: art. 564 del TUOM – Invio degli atti dell’inchiesta formale:

1. Nei termini di cui all’articolo 561, comma 4, la commissione rimette all’autorità che ha ordinato l’inchiesta gli atti conclusivi dell’inchiesta formale, la quale adotta, con decisione motivata, i provvedimenti ritenuti necessari.

2. Una dettagliata scheda informativa sugli esiti dell’inchiesta formale è inviata, senza ritardo, a cura degli Stati maggiori o del Segretariato generale o del Comando generale dell’Arma dei carabinieri, al Ministro della difesa. Gli Stati maggiori di Forza armata e il Comando generale dell’Arma dei carabinieri informano, altresì, degli esiti dell’inchiesta lo Stato maggiore della difesa”.

I RAPPORTI TRA IL PROCEDIMENTO PENALE E QUELLO DISCIPLINARE: IL RINVIO E LA SOSPENSIONE DEL PROCEDIMENTO DISCIPLINARE MILITARE (LA C.D. PREGIUDIZIALE PENALE)

Si può aprire un procedimento disciplinare (per approfondire leggi qui!) nei confronti di un militare che è contemporaneamente sottoposto a procedimento penale? La risposta è si, quantomeno a partire dal 2015 [1]! L’articolo 1393 del Decreto legislativo n. 66 del 2010 “Codice dell’ordinamento militare(cosiddetto COM) stabilisce oggi infatti che “il procedimento disciplinare, che abbia ad oggetto, in tutto o in parte, fatti in relazione ai quali procede l’autorità giudiziaria, è avviato, proseguito e concluso anche in pendenza del procedimento penale. Per le infrazioni disciplinari di maggiore gravità, punibili con la consegna di rigore di cui all’articolo 1362 o con le sanzioni disciplinari di stato di cui all’articolo 1357, l’autorità competente, solo nei casi di particolare complessità dell’accertamento del fatto addebitato al militare, ovvero qualora, all’esito di accertamenti preliminari, non disponga di elementi conoscitivi sufficienti ai fini della valutazione disciplinare, promuove il procedimento disciplinare al termine di quello penale. Il procedimento disciplinare non è comunque promosso e se già iniziato è sospeso fino alla data in cui l’Amministrazione ha avuto conoscenza integrale della sentenza o del decreto penale irrevocabili, che concludono il procedimento penale, ovvero del provvedimento di archiviazione, nel caso in cui riguardi atti e comportamenti del militare nello svolgimento delle proprie funzioni, in adempimento di obblighi e doveri di servizio […]”.

Per quanto precede, a differenza di quanto avveniva passato [2], la regola generale da seguire oggi è quindi che il procedimento disciplinare che abbia a oggetto, in tutto o in parte, fatti in relazione ai quali procede l’Autorità giudiziaria, venga proseguito e concluso anche in pendenza di procedimento penale. È cioè venuta meno la cosiddetta “pregiudiziale [3] penale”!

Tale regola generale conosce, però, due rilevanti eccezioni che hanno come presupposto:

  1. le infrazioni di “maggiore gravità” (quelle che possono cioè teoricamente portare all’irrogazione di una sanzione di stato o della consegna di rigore – per approfondire leggi qui!) per le quali sia particolarmente complesso l’accertamento dei fatti e delle responsabilità ovvero quando l’Amministrazione versi nell’indisponibilità di elementi conoscitivi;
  2. gli atti e comportamenti compiuti dal militare nello svolgimento delle proprie funzioni, in adempimento di obblighi e doveri di servizio.

Da quanto detto sino ad ora emerge chiaramente che per le infrazioni di minore gravità (quelle cioè che possono in teoria portare all’irrogazione di una mera sanzione di corpo diversa dalla consegna di rigore) o per quelle estranee al rapporto di servizio, non è ammessa alcuna sospensione o rinvio del procedimento disciplinare!

La procedura da seguire è abbastanza semplice e, quantomeno per Esercito, Marina Militare e Aeronautica Militare, prevede che il Comandante di corpo che vuole rinviare o sospendere il procedimento disciplinare rediga una relazione sui fatti con proposta motivata di rinvio dell’esame disciplinare che trasmette all’Autorità competente ai sensi dell’art. 1378 COM [4] [5]. È poi quest’ultima che dispone il rinvio del procedimento disciplinare ovvero, se questo ha già avuto inizio, ne ordina la sospensione.

Un’ultima cosa prima di concludere e se poi il militare viene assolto? Beh, questi potrà proporre istanza di riapertura del procedimento disciplinare, entro il termine di decadenza di 6 mesi dall’irrevocabilità della pronuncia penale [6] e, a questo punto, l’Autorità competente a riaprire il procedimento disciplinare potrà, in relazione all’esito del giudizio penale, modificarne o confermarne l’atto conclusivo (cioè il provvedimento disciplinare).

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[1]: difatti la legge n. 124 del 7 agosto 2015 e, successivamente, il Decreto Legislativo n. 91 del 26 aprile 2016, riformando l’art. 1393 del COM, hanno modificato anche nell’Ordinamento militare il rapporto tra procedimento disciplinare e procedimento penale.

[2]: il “vecchio” art. 1393 prevedeva difatti che: “se per il fatto addebitato al militare è stata esercitata azione penale […] il procedimento disciplinare non può essere promosso fino al termine di quello penale […] e, se già iniziato, deve essere sospeso”.

[3]: il termine “pregiudiziale” significa infatti, secondo il vocabolario Treccani, quella questione che deve essere trattata, esaminata, decisa prima di deliberare intorno a qualsiasi altra azione o decisione (per approfondire leggi qui!).

[4]: l’Autorità competente ai sensi dell’art. 1378 COM, quella cioè che ha il potere di rinviare o sospendere il procedimento, è quella competente a ordinare l’inchiesta formale che, per quanto di interesse, si identifica nella stragrande maggioranza dei casi nel Comandante “di Forza Armata, di livello gerarchico pari a generale di Corpo d’Armata o gradi corrispondenti”.

[5]: per gli appuntati e carabinieri in servizio le cose sono leggermente differenti. La competenza a rinviare/sospendere il procedimento disciplinare spetta difatti “ai rispettivi comandanti di corpo […], o in caso diverso o in mancanza di tale dipendenza, al comandante territoriale di corpo competente in ragione del luogo di residenza dell’interessato. In caso di corresponsabilità tra più appuntati e carabinieri provvede il comandante di corpo del più elevato in grado o del più anziano”.

[6]: art. 1393 COM:“[…] 2. Se il procedimento disciplinare, non sospeso, si conclude con l’irrogazione di una sanzione e, successivamente, il procedimento penale è definito con una sentenza irrevocabile di assoluzione che riconosce che il fatto addebitato al dipendente non sussiste o non costituisce illecito penale o che il militare non lo ha commesso, l’autorità competente, ad istanza di parte, da proporsi entro il termine di decadenza di sei mesi dall’irrevocabilità della pronuncia penale, riapre il procedimento disciplinare per modificarne o confermarne l’atto conclusivo in relazione all’esito del giudizio penale”. L’art. 1393 COM prevede, inoltre, che nel caso in cui “il procedimento disciplinare si conclude senza l’irrogazione di sanzioni e il processo penale con una sentenza irrevocabile di condanna, l’autorità competente riapre il procedimento disciplinare per valutare le determinazioni conclusive all’esito del giudizio penale. Il procedimento disciplinare è riaperto, altresì, se dalla sentenza irrevocabile di condanna risulta che il fatto addebitabile al dipendente in sede disciplinare può comportare la sanzione di stato della perdita del grado per rimozione, ovvero la cessazione dalla ferma o dalla rafferma, mentre è stata irrogata una diversa sanzione”.

SEI STATO CONVOCATO AL TRIBUNALE MILITARE? SAI SE DEVI PRESENTARTI IN UNIFORME O IN ABITI CIVILI?

Come ci si deve presentare al Tribunale Militare? La domanda non è banale … soprattutto per evitare figuracce! Beh, anche se le norme sull’uso dell’uniforme possono variare da Forza Armata a Forza Armata, Arma dei Carabinieri o Guardia di Finanza, indossare l’uniforme in udienza è la regola se si esercitano le funzioni di giudice militare (per approfondire leggi qui!) e “dovrebbe” esserlo se si è chiamati in udienza in qualità di perito, interprete, custode di cose sequestrate eccetera.

Le cose cambiano invece se si partecipa all’udienza in qualità di testimone o imputato: in tal caso, infatti, è opportuno (se non addirittura necessario … ma la cosa dipende dalla vostra Forza Armata/Corpo di appartenenza) chiedere preventiva autorizzazione, quantomeno al proprio Comandante di corpo (non escludo infatti che qualche regolamento individui come competenti addirittura Autorità militari superiori) affinché venga valutata la posizione processuale del soggetto e, soprattutto, che la stessa non sia in contrasto con i valori ed il prestigio della Forza Armata/Corpo di appartenenza.

N.B. Quanto detto non vale ovviamente se bisogna presentarsi in udienza al Tribunale ordinario (civile o penale che sia), nonchè dinnanzi al Giudice amministrativo (T.A.R. o Consiglio di Stato), contabile (Corte dei Conti) eccetera, dove invece la regola è quella di presentarsi in abiti borghesi.

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QUALI SONO LE CONSEGUENZE DELLA SOSPENSIONE DISCIPLINARE DALL’IMPIEGO MILITARE?

Quali sono le principali conseguenze della sospensione disciplinare dall’impiego? Beh, in considerazione della “pesantezza” di tale sanzione disciplinare di stato (per approfondire leggi qui!) sappiate che, ai sensi del Decreto legislativo n. 66 del 2010 “Codice dell’ordinamento militare” (cosiddetto COM), essa comporta, a prescindere dalle ovvie conseguenze sulla carriera:

  • una detrazione di anzianità pari al tempo di sospensione, con effetti anche “sulla decorrenza della qualifica posseduta” (articolo 858 COM);
  • conseguenze economiche dato che “al militare durante la sospensione dall’impiego compete la metà degli assegni a carattere fisso e continuativo” (articolo 920 COM);
  • risvolti pensionistici visto che, “agli effetti della pensione, il tempo trascorso in sospensione dal servizio è computato per metà” (articolo 920 COM).

Ovviamente c’è molto altro da dire, ma in considerazione del taglio pratico che ho deciso di dare ai post di avvocatomilitare.com, mi fermo qui … ad maiora!

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UNIFORME MILITARE E DIRITTO

L’uniforme militare è una realtà giuridica minuziosamente “normata” … vale a dire completamente immersa nel diritto. Non è solo un capo di vestiario che ci protegge dagli agenti atmosferici (chiara emanazione del diritto alla salute di derivazione costituzionale) o che ci consente di mimetizzarci per sfuggire alla vista del nemico … ma rappresenta molto, molto di più! Infatti, conferendo forma all’identità militare di chi la indossa, tratteggia una chiara linea di confine, un limite giuridicamente rilevante ed invalicabile tra mondo militare e mondo civile: è attraverso l’uniforme, infatti, che si manifesta il “potere” militare … si comunica cioè il “ruolo” e la posizione gerarchica ricoperta, con i discendenti diritti e doveri. Ecco perché, oltre ad essere meticolosamente disciplinata dai regolamenti militari, viene tutelata sia dal diritto penale che da quello disciplinare. In tale contesto, senza alcuna pretesa di completezza, sappiate che dal punto di vista penale l’uniforme viene tutelata:

  • dall’articolo 498 [1] del codice penale (comune), titolato “usurpazione di titoli e onori”, quando tale usurpazione è esclusivamente “esteriore” e non comporta, quindi, anche l’usurpazione di pubbliche funzioni (articolo 347 [2] del codice penale);
  • dall’articolo 221 del codice penale militare di pace, titolato “usurpazione di decorazioni o distintivi militari”, che sanziona con la reclusione fino a 6 mesi il militare che “porta abusivamente in pubblico decorazioni militari, o segni distintivi di grado, cariche, specialità, brevetti militari”.

È però nella normativa disciplinare che l’importanza dell’uniforme militare emerge in tutta la sua interezza. Infatti, a prescindere dal fatto che, ai sensi dell’articolo 1350 [3] del Decreto legislativo n. 66 del 2010 “Codice dell’ordinamento militare” (cosiddetto COM), essa rappresenti uno dei presupposti di applicazione delle disposizioni in materia di disciplina militare (per approfondire leggi qui!), l’uniforme viene presa in considerazione, tra l’altro:

  • dall’articolo 1351 COM che dispone che “ Durante l’espletamento dei compiti di servizio e nei luoghi militari o comunque destinati al servizio è obbligatorio l’uso dell’uniforme, salvo diverse disposizioni. 2. L’uso dell’abito civile è consentito fuori dai luoghi militari, durante le licenze e i permessi. 3. Nelle ore di libera uscita è consentito l’uso dell’abito civile, salvo limitazioni derivanti dalle esigenze: a) delle accademie militari, durante il primo anno di corso; b) delle scuole allievi sottufficiali, durante i primi quattro mesi di corso formativo; c) delle scuole militari; d) dei servizi di sicurezza di particolari impianti e installazioni; e) operative e di addestramento fuori sede”;
  • dall’articolo 720 del D.P.R. n. 90 del 2010 “Testo unico delle disposizioni regolamentari in materia di ordinamento militare (cosiddetto TUOM) che statuisce che “ L’uniforme indica la Forza armata, il corpo, il grado dei militari, e, talvolta, le loro funzioni e incarichi. 2. Le stellette a cinque punte, distintivo peculiare dell’uniforme militare, sono il simbolo comune dell’appartenenza alle Forze armate. 3. Apposite norme prescrivono la composizione, la foggia e l’uso dell’uniforme, che il militare non deve in alcun caso modificare o alterare, e i casi in cui è obbligatorio indossarla. 4. Il militare deve avere cura particolare dell’uniforme e indossarla con decoro. 5. L’uso dell’uniforme è vietato al militare: a) quando è sospeso dall’impiego, dal servizio o dalle funzioni del grado; b) nello svolgimento delle attività private e pubbliche consentite” (Per uno specifico approfondimento sull’uso dell’uniforme leggi qui!);
  • dall’articolo 746 del TUOM che, nel disciplinare l’uso dell’abito civile, stabilisce inoltre che “[…] il militare in abito civile non deve indossare alcun distintivo o indumento caratteristico dell’uniforme […]”;
  • dall’articolo 751 del TUOM dove, nell’elenco i comportamenti che possono essere puniti con la consegna di rigore (per approfondire leggi qui!), ritroviamo proprio l’“inosservanza ripetuta delle norme attinenti all’aspetto esteriore o al corretto uso dell’uniforme [… e la …] trasgressione al divieto dell’uso dell’uniforme nelle circostanze previste dal regolamento”.

Penso di avervi detto abbastanza … ad maiora!

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[1]:art. 498 c.p. – Usurpazione di titoli e onori:“Chiunque […] abusivamente porta in pubblico la divisa o i segni distintivi di un ufficio o impiego pubblico, o di un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, ovvero di una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato, ovvero indossa abusivamente in pubblico l’abito ecclesiastico, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da centocinquantaquattro euro a novecentoventinove euro. Alla stessa sanzione soggiace chi si arroga dignità o gradi accademici, titoli, decorazioni o altre pubbliche insegne onorifiche, ovvero qualità inerenti ad alcuno degli uffici, impieghi o professioni, indicati nella disposizione precedente. Per le violazioni di cui al presente articolo si applica la sanzione amministrativa accessoria della pubblicazione del provvedimento che accerta le violazioni con le modalità stabilite dall’art. 36 e non è ammesso il pagamento in misura ridotta previsto dall’art. 16 della legge 24 novembre 1981, n. 689”.

[2]:art. 347 c.p. – Usurpazione di pubbliche funzioni:“Chiunque usurpa una funzione pubblica o le attribuzioni inerenti a un pubblico impiego è punito con la reclusione fino a due anni. Alla stessa pena soggiace il pubblico ufficiale o impiegato il quale, avendo ricevuto partecipazione del provvedimento che fa cessare o sospendere le sue funzioni o le sue attribuzioni, continua ad esercitarle. La condanna importa la pubblicazione della sentenza”.

[3]: art. 1350, secondo comma, del Codice dell’ordinamento militare:“[…] 2. Le disposizioni in materia di disciplina militare, si applicano nei confronti dei militari che si trovino in una delle seguenti condizioni: a) svolgono attività di servizio; b) sono in luoghi militari o comunque destinati al servizio; c) indossano l’uniforme; d) si qualificano, in relazione ai compiti di servizio, come militari o si rivolgono ad altri militari in divisa o che si qualificano come tali […]”.

LA TEMPISTICA DEL PROCEDIMENTO DISCIPLINARE DI CORPO

Un breve chiarimento ad un dubbio ricorrente: quali sono i tempi del procedimento disciplinare di corpo? Solo pochi anni orsono scrivere un post del genere non avrebbe avuto alcun senso … “Stia punito!” e il procedimento disciplinare nasceva e si concludeva nel medesimo istante! Da allora però ne sono cambiate di cose, eccome! Il passaggio fondamentale è stata l’approvazione della legge n. 241 del 1990 che ha esteso ad ogni procedimento amministrativo (e quindi anche a quello disciplinare militare!) delle specifiche garanzie procedimentali …

Passando al nocciolo della questione, sappiate che il termine (massimo) del procedimento disciplinare di corpo è fissato dalla vigente normativa in 90 giorni dalla contestazione degli addebiti! Ce lo dice l’articolo 1046, comma 1, let. h., n. 6) del D.P.R. n. 90 del 2010 “Testo unico delle disposizioni regolamentari in materia di ordinamento militare” (cosiddetto TUOM) … e ciò significa che, in linea generale, dalla contestazione degli addebiti al provvedimento sanzionatorio non possono passare più di 90 giorni.   

Prima di terminare voglio però fare un piccolo chiarimento: come ben sapete rientra nel diritto dell’incolpato poter addurre giustificazioni e presentare le proprie difese … ebbene ricordate al riguardo che, ai sensi dell’articolo 1029, comma 2, del TUOM, l’incolpato può esercitare tale diritto:

  • in un tempo pari ai 2/3 del tempo massimo e quindi, in linea generale, in 60 giorni (cioè 2/3 di 90 giorni!) … infatti “coloro che hanno titolo a prendere parte al procedimento possono presentare memorie scritte e documenti [cioè addurre giustificazioni e presentare le proprie difese], entro un termine pari a due terzi di quello stabilito per la durata del procedimento, sempre che questo non sia già concluso”;
  • entro 10 giorni dalla contestazione degli addebiti qualora il “termine del procedimento sia uguale o inferiore a trenta giorni”, ovverosia nei casi in cui il Comandante che procede ritenga di essere in possesso di elementi (quali, ad esempio, possono essere la mancata contestazione dei fatti da parte dell’incolpato, l’assoluta evidenza delle prove raccolte eccetera) tali da consentirgli di poter tempestivamente concludere il procedimento disciplinare nel massimo di 30 giorni!

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LA RICHIESTA DI PROCEDIMENTO DEL COMANDANTE DI CORPO (ART. 260 CPMP)

L’articolo 260, 2 comma, del codice penale militare di pace (CPMP), prevede che “I reati [militari], per i quali la legge stabilisce la pena della reclusione militare non superiore nel massimo a sei mesi, e quello preveduto dal n. 2 dell’articolo 171 sono puniti a richiesta del comandante del corpo o di altro ente superiore, da cui dipende il militare colpevole […]”. Vi starete ora domandando cosa significhi esattamente ciò che abbiamo appena letto … beh, l’articolo 260 CPMP ci dice sostanzialmente che per tutta una serie di reati militari lievi, quelli cioè puniti con pena “non superiore nel massimo a sei mesi”, il Comandante di corpo diventa sostanzialmente “arbitro” nel collocare (discrezionalmente) un fatto nell’area penale oppure in quella disciplinare … cioè, in altre parole, è lui che ha l’ultima parola nel decidere se un determinato fatto debba essere sanzionato (da lui stesso!) a livello disciplinare oppure dal giudice penale al termine di un processo vero e proprio.

La richiesta di procedimento funziona grossomodo così: il Comandante di corpo comunica al Procuratore militare che vuole procedere disciplinarmente oppure “richiede” che venga aperto un procedimento penale a carico del militare autore del fatto (tale “richiesta” svolge a grossomodo la stessa funzione della querela in ambito civile – per approfondire leggi qui!). Comandanti di corpo, mi rivolgo ora a voi, siate molto chiari con il Procuratore militare! L’articolo 260 CPMP è titolato “Richiesta di procedimento” … trattasi quindi di una semplice richiesta che fate al Procuratore militare … ecco perchè, senza troppi giri di parole, vi consiglio di scrivere una cosa tipo “ai sensi dell’articolo 260 CPMP richiedo (o non richiedo) il procedimento penale a carico di … per tutti i reati militari ravvisabili da codesta Procura Militare nel fatto e perseguibili a richiesta del Comandante di corpo … tutto qui, non dovete aggiungere altro! L’importante è essere chiari su quello che chiedete in modo da non lasciar alcun dubbio o poter essere in qualche modo fraintesi … e offrire facili “appigli” agli avvocati difensori che magari si stanno arrampicando sugli specchi! Semplice, vero? Ricordate che il termine per richiedere il procedimento è di un mese … che decorre dal giorno in cui avete avuto notizia del fatto che costituisce reato … superato il quale non è più possibile richiedere il procedimento e per il Procuratore militare si alza un muro invalicabile che si chiama “archiviazione” (per il cosiddetto difetto di una condizione di procedibilità [1]).

Mi sembra di avervi detto abbastanza … vi posto però alcuni doverosi chiarimenti prima di concludere:

  • nulla vieta che il Comandante di corpo richieda il procedimento penale ai sensi dell’articolo 260 CPMP contestualmente alla comunicazione della notizia di reato (per approfondire leggi qui!) anzi molto spesso viene fatto proprio così;
  • è bene procedere sempre e comunque alla comunicazione della notizia di reato, anche se non si ha alcuna intenzione di richiedere il procedimento penale. Tale comunicazione deve essere sempre effettuata perché il fatto, anche se lo si vorrebbe sanzionare solo disciplinarmente, integra comunque una fattispecie penale nella quale il Procuratore militare potrebbe intravedere ulteriori ipotesi di reato come, ad esempio, la violata consegna (articolo 120 CPMP) o altri reati che potrebbero far superare il limite dei 6 mesi e far quindi scattare il procedimento d’ufficio;
  • l’alternativa tra sanzione penale e sanzione disciplinare non è secca! Il Comandante di corpo che non richiede il procedimento penale non è poi obbligato a punire il militare autore del fatto: conserva infatti integro il proprio potere sanzionatorio [2] e, al termine del procedimento disciplinare, rimarrà conseguentemente libero di sanzionare oppure di non sanzionare affatto;
  • come mai esiste proprio nel diritto penale militare un istituto giuridico così particolare? La risposta è semplice: chi ha scritto il codice penale militare di pace, in considerazione della “specificità” del mondo militare e nell’ottica di preservare la preparazione, la forza e l’efficienza bellica (intesa in questo caso come disciplina e coesione interna dell’unità) ha ritenuto che una sanzione disciplinare potesse avere un maggiore effetto deterrente di una sentenza di condanna vera e propria (che magari arriva dopo anni) … ma tutto ciò solo per fatti lievi … da qui la ragione per cui la richiesta di procedimento sia riservata ai soli fatti puniti con pena “non superiore nel massimo a sei mesi”.

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[1]: infatti la richiesta di procedimento è tecnicamente una cosiddetta “condizione di procedibilità”, ovverosia un vero e proprio ostacolo all’esercizio della giurisdizione penale, grossomodo come avviene in ambito civile con la querela (per approfondire leggi qui!).

[2]: per dovere di completezza, vi ricordo che ai sensi dell’articolo 751 del Testo Unico delle disposizioni regolamentari in materia di ordinamento militare (TUOM – leggi qui!) sono sanzionabili con la consegna di rigore anche “i comportamenti indicati dall’articolo 1362, comma 7, del codice” dell’ordinamento militare, ovvero i “fatti previsti come reato, per i quali il comandante di corpo non ritenga di richiedere il procedimento penale, ai sensi dell’articolo 260 c.p.m.p.”.

LA PARTENZA ACCIDENTALE DI UN COLPO: POSSIBILI PROFILI DI RESPONSABILITÀ PENALE MILITARE

Vi è accidentalmente partito un colpo mentre controllavate la vostra arma, al termine del servizio, al posto di caricamento/scaricamento? Vi dico subito che al verificarsi di tale evento il vostro Comandante di corpo (in qualità di Ufficiale di Polizia Giudiziaria Militare) ha l’obbligo (e il dovere) di interessare il Procuratore militare anche se poi, il più delle volte, il tutto si conclude esclusivamente dal punto di vista disciplinare … cerchiamo però di mettere un po’ di ordine sull’argomento che presenta qualche aspetto decisamente problematico.

Ebbene, iniziamo col dire che la partenza di un colpo di arma da fuoco è assimilabile alla “distruzione di munizionamento” che è un reato militare! L’articolo 169 del codice penale militare di pace (CPMP), infatti, prevede che “il militare, che […] distrugge, disperde, deteriora, o rende inservibili, in tutto o in parte, oggetti, armi, munizioni o qualunque altra cosa mobile appartenente all’amministrazione militare, è punito con la reclusione militare da sei mesi a quattro anni”. Naturalmente, l’articolo 169 CPMP presuppone la volontarietà del fatto, ovverosia che tale colpo venga sparato intenzionalmente e, cioè, con “dolo”! Pensate, ad esempio, al caso di scuola del soldato di guardia la notte di capodanno che decide di salutare il nuovo anno “sparacchiando” in aria qualche colpo con la propria arma in dotazione … avendo distrutto intenzionalmente delle munizioni è soggetto all’applicazione dell’articolo 169 CPMP, con il serio rischio di esser quindi “punito con la reclusione militare da sei mesi a quattro anni”.

Ma attenzione!!! Quando tale evento avviene senza quell’intenzionalità tipica del dolo ma per mera colpa (cioè, ai sensi dell’articolo 43 del codice penale, per “negligenza, o imprudenza, o imperizia, ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline”) trovano infatti applicazione anche:

Ricapitolando, quando il fatto previsto dall’articolo 169 CPMG viene effettuato per colpa … detto altrimenti quando il colpo ci parte accidentalmente e cioè senza alcuna intenzione o volontarietà … si applica quindi anche l’articolo 170 CPMP che prevede una sostanziosa riduzione della pena che, nel massimo, non potrà superare i sei mesi. Ebbene, se abbiamo letto con attenzione l’approfondimento che ho fatto sulla richiesta di procedimento del Comandante di corpo (leggi qui!), capiremo subito che tale limite di sei mesi rende applicabile al caso anche l’articolo 260 CPMP che prevede che il fatto venga alternativamente sanzionato:

  • o in sede penale, ma solo previa specifica richiesta alla Procura militare da parte del Comandante di corpo stesso;
  • o solo disciplinarmente, sempre che il Comandante di corpo decida di avvalersi delle prerogative che gli riconosce l’art. 260 CPMP.

So benissimo che il meccanismo giuridico che vi ho appena descritto è molto complicato, ma così funzionano le cose e ritengo quindi necessario che siate pienamente coscienti dei rischi penali o disciplinari che correte quando svolgete servizi armati! Prevenire è sempre meglio che curare …

TCGC

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L’USO DELL’UNIFORME

L’articolo 720 del D.P.R. n. 90 del 2010 “Testo unico delle disposizioni regolamentari in materia di ordinamento militare” (cosiddetto TUOM) stabilisce che:“1. L’uniforme indica la Forza armata, il corpo, il grado dei militari, e, talvolta, le loro funzioni e incarichi. 2. Le stellette a cinque punte, distintivo peculiare dell’uniforme militare, sono il simbolo comune dell’appartenenza alle Forze armate. 3. Apposite norme prescrivono la composizione, la foggia e l’uso dell’uniforme, che il militare non deve in alcun caso modificare o alterare, e i casi in cui è obbligatorio indossarla. 4. Il militare deve avere cura particolare dell’uniforme e indossarla con decoro. 5. L’uso dell’uniforme è vietato al militare: a) quando è sospeso dall’impiego, dal servizio o dalle funzioni del grado; b) nello svolgimento delle attività private e pubbliche consentite”. Il contenuto di tale articolo non merita particolari approfondimenti, come peraltro le normative di Forza Armata o Interforze esistenti sull’argomento … è stato infatti scritto tutto e in modo abbastanza chiaro. Su un punto però si continua periodicamente a discutere, ovvero sull’interpretazione da dare all’ultimo comma dell’articolo 720 TUOM, quello che per intenderci esplicita alcuni divieti nell’uso dell’uniforme, soprattutto nella parte in cui viene fatto riferimento allo “svolgimento delle attività private e pubbliche consentite”. Il punto è capire quali siano queste attività private e pubbliche per lo svolgimento delle quali è vietato usare l’uniforme … proviamo solo ad azzardare una risposta perché né il Codice dell’ordinamento militare (D. Lgsl. n. 66 del 2010 – cosiddetto COM) né, tantomeno, i regolamenti e le normative militari ci vengono purtroppo in aiuto … Ebbene, senza alcuna pretesa di completezza, tra le attività:

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IL DOVERE DI RISERBO SULLE QUESTIONI MILITARI

Il militare è soggetto a un generale dovere di riserbo sulle questioni militari? Iniziamo subito col dire che la risposta è si! … ma per comprendere bene i termini della questione vi lascio alla lettura integrale dell’articolo 722 del D.P.R. 90 del 2010 “Testo Unico regolamentare sull’ordinamento militare” (cosiddetto TUOM), titolato proprio “doveri attinenti alla tutela del segreto e al riserbo sulle questioni militari”, che stabilisce chiaramente che “il militare, oltre a osservare scrupolosamente le norme in materia di tutela del segreto, deve: a) acquisire e mantenere l’abitudine al riserbo su argomenti o notizie la cui divulgazione può recare pregiudizio alla sicurezza dello Stato, escludendo dalle conversazioni private, anche se hanno luogo con familiari, qualsiasi riferimento ai suddetti argomenti o notizie; b) evitare la divulgazione di notizie attinenti al servizio che, anche se insignificanti, possono costituire materiale informativo; c) riferire sollecitamente ai superiori ogni informazione di cui è venuto a conoscenza e che può interessare la sicurezza dello Stato e delle istituzioni repubblicane, o la salvaguardia delle armi, dei mezzi, dei materiali e delle installazioni militari”.

Dalla soggezione a tale dovere non si scappa nemmeno quando siamo fuori dal servizio: il comma 3 dell’articolo 1350 del D. Lgl. n. 66 del 2010 “Codice dell’ordinamento militare” (cosiddetto COM) – l’articolo che detta le condizioni di applicazione della disciplina militare per intenderci! – stabilisce infatti che “quando non ricorrono le suddette condizioni”, e cioè quando non si svolga attività di servizio, ci si trovi in luoghi militari o comunque destinati al servizio, si indossi l’uniforme, ci si qualifichi in relazione ai compiti di servizio militare o ci si rivolga ad altri militari in divisa o che si qualificano come tali, i militari sono comunque tenuti all’osservanza delle disposizioni del codice e del regolamento che concernono i doveri attinenti al giuramento prestato, al grado, alla tutela del segreto e al dovuto riserbo sulle questioni militari, in conformità alle vigenti disposizioni”.

uando non ricorrono le suddette condizioni, i militari sono comunque tenuti all’osservanza delle disposizioni del codice e del regolamento che concernono i doveri attinenti al giuramento prestato, al grado, alla tutela del segreto e al dovuto riserbo sulle questioni militari, in conformita’ alle vigenti disposizioni
Quando non ricorrono le suddette condizioni, i militari sono comunque tenuti all’osservanza delle disposizioni del codice e del regolamento che concernono i doveri attinenti al giuramento prestato, al grado, alla tutela del segreto e al dovuto riserbo sulle questioni militari, in conformita’ alle vigenti disposizioni
Quando non ricorrono le suddette condizioni, i militari sono comunque tenuti all’osservanza delle disposizioni del codice e del regolamento che concernono i doveri attinenti al giuramento prestato, al grado, alla tutela del segreto e al dovuto riserbo sulle questioni militari, in conformita’ alle vigenti disposizioni

Da quanto precede penso che abbiate elementi sufficienti per evitare il rischio di violare il generale obbligo di riserbo, con tutte le conseguenze disciplinari (se non addirittura penali – per approfondire clicca qui!) che la questione può ovviamente comportare.

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IL MILITARE DIFENSORE NELLA CONSEGNA DI RIGORE

Il militare difensore, ai sensi dell’articolo 1399 del D. Lgsl. n. 66 del 2010 “Codice dell’ordinamento militare” (cosiddetto COM), assiste il militare inquisito nel procedimento disciplinare di corpo per l’irrogazione della sanzione della consegna di rigore (clicca qui per approfondire), chiudendone la fase “dibattimentale”. Inoltre, ai sensi dell’articolo 1370 COM:

  • viene scelto dal militare inquisito “fra militari in servizio, anche non appartenenti al medesimo ente o Forza armata nella quale egli presta servizio o, in mancanza, designato d’ufficio”.
  • quando viene nominato d’ufficio “non può rifiutarsi salvo sussista un legittimo impedimento”;
  • non può esercitare l’ufficio di difensore più di sei volte in dodici mesi”;
  • non può essere di grado superiore a quello del presidente della commissione”;
  • non deve trovarsi in alcuna delle condizioni di cui all’articolo 1380, comma 3 [1]”;
  • è vincolato al segreto d’ufficio e non deve accettare alcun compenso per l’attività svolta”;
  • non è dispensato dai suoi normali obblighi di servizio, salvo che per il tempo necessario all’espletamento del mandato”;
  • non può essere punito per fatti che rientrano nell’espletamento del mandato”;
  • è ammesso a intervenire alle sedute della commissione di disciplina anche se l’incolpato non si presenta alla seduta, né fa constare di essere legittimamente impedito”.

Nulla di trascendentale, vero? … è stato tutto scritto nel Codice dell’ordinamento militare che, come di consueto, vi invito a sfogliare.

TCGC

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[1]: Articolo 1380, comma 3, del Codice dell’Ordinamento militare:“[…] Non possono far parte della commissione di disciplina: a) gli ufficiali che sono Ministri o Sottosegretari di Stato in carica; b) il Capo di stato maggiore della difesa, i Capi e i Sottocapi di stato maggiore dell’Esercito italiano, della Marina militare e dell’Aeronautica militare, gli ufficiali generali o ammiragli addetti allo Stato maggiore della difesa, agli Stati maggiori dell’Esercito italiano, della Marina militare e dell’Aeronautica militare, il Comandante generale dell’Arma dei carabinieri; c) gli ufficiali addetti alla Presidenza della Repubblica; d) gli ufficiali che prestano servizio al Ministero della difesa in qualità di Segretario generale, Direttore generale, Capo di Gabinetto, e gli ufficiali addetti al Gabinetto del Ministro o alle segreterie del Ministro e dei Sottosegretari di Stato o alle dirette dipendenze dei Segretari generali; e) gli ((i militari)) frequentatori dei corsi presso gli istituti militari; f) i parenti e gli affini tra loro sino al terzo grado incluso; g) l’offeso o il danneggiato e i parenti o affini del giudicando, dell’offeso o danneggiato, sino al quarto grado incluso; h) i superiori gerarchici alle cui dipendenze il militare ha prestato servizio allorché ha commesso i fatti che hanno determinato il procedimento disciplinare, o alle cui dipendenze il giudicando si trova alla data di convocazione della commissione di disciplina, se non si tratta di generale di corpo d’armata e gradi corrispondenti; i) l’ufficiale che ha presentato rapporti o eseguito indagini sui fatti che hanno determinato il procedimento disciplinare o che per ufficio ha dato parere in merito o che per ufficio tratta questioni inerenti allo stato, all’avanzamento e alla disciplina del personale; l) gli ufficiali che in qualsiasi modo hanno avuto parte in un precedente giudizio penale o ((commissione)) di disciplina per lo stesso fatto ovvero sono stati sentiti come testimoni nella questione disciplinare di cui trattasi; m) l’ufficiale sottoposto a procedimento penale o a procedimento disciplinare di stato”.

I COMPORTAMENTI SANZIONABILI CON LA CONSEGNA DI RIGORE

Come abbiamo avuto modo di vedere nel post dedicato alla consegna di rigore (leggi qui), ai sensi dell’articolo 1362 del Codice dell’ordinamento militare, tale sanzione disciplinare di corpo può essere inflitta (ragazzi “può” non significa “deve”!) solo “per le infrazioni specificamente indicate nell’articolo 751” del Testo Unico delle disposizioni regolamentari in materia di ordinamento militare (TUOM), ovverosia per “i seguenti specifici comportamenti:

1) violazione dei doveri attinenti al giuramento prestato (articolo 712);

2) violazione del dovere di osservare le prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica (articolo 714);

3) violazione rilevante dei doveri attinenti al grado e alle funzioni del proprio stato (articolo 713);

4) violazione del dovere di riserbo sugli argomenti che si riferiscono alla difesa militare, allo stato di approntamento ed efficienza delle unità, alla sicurezza del personale, delle armi, dei mezzi e delle installazioni militari (articoli 722 e 723);

5) inosservanza delle prescrizioni concernenti la tutela del segreto militare e d’ufficio (articolo 722) e delle disposizioni che regolano l’accesso in luoghi militari o comunque destinati al servizio (articolo 723);

6) trattazione pubblica non autorizzata di argomenti di carattere riservato di interesse militare e di servizio o comunque attinenti al segreto d’ufficio (articolo 722 e articolo 1472 del codice);

7) omissione o ritardo nel segnalare ai superiori un pericolo per la difesa dello Stato e delle istituzioni repubblicane o per la sicurezza delle Forze armate (articoli 715 e 722);

8) violazione dei doveri di contrastare o segnalare atti che costituiscano pericolo o rechino danno alle armi, ai mezzi, alle opere, agli edifici o agli stabilimenti militari (articolo 723);

9) comportamento lesivo del principio della estraneità delle Forze armate alle competizioni politiche (articolo 1483 del codice);

10) partecipazione a riunioni o manifestazioni di partiti, associazioni e organizzazioni politiche, o svolgimento di propaganda a favore o contro partiti, associazioni politiche o candidati a elezioni politiche e amministrative, nelle condizioni indicate nell’articolo 1350, comma 2, del codice (articolo 1483 del codice);

11) adesione ad associazioni sindacali e svolgimento di attività sindacale da parte di militari non in servizio di leva o non saltuariamente richiamati in servizio temporaneo (articolo 1475, comma 2, del codice) di fatto abrogato dalla sentenza della Corte costituzionale n. 120 del 2018 che ha riconosciuto il diritto dei militari di costituire associazioni a carattere sindacale (ho dedicato all’argomento uno specifico post);

12) svolgimento di attività sindacale da parte di militari in servizio di leva o temporaneamente richiamati in servizio, nelle circostanze in cui è prevista l’integrale applicazione della normativa disciplinare (articolo 2042 del codice);

13) partecipazione a riunioni non autorizzate o con trattazione di argomenti non consentiti nell’ambito dei luoghi militari o comunque destinati al servizio o, fuori dai predetti luoghi, ad assemblee o adunanze di militari che si qualificano esplicitamente come tali o sono in uniforme (articolo 1470 del codice);

14) violazione del dovere di informare al più presto i superiori della ricezione di un ordine manifestamente rivolto contro le istituzioni dello Stato o la cui esecuzione costituisca manifestamente reato (articolo 1349 del codice);

15) emanazione di un ordine non attinente alla disciplina o non riguardante il servizio, o eccedente i compiti d’istituto (articolo 727);

16) comportamenti, apprezzamenti, giudizi gravemente lesivi della dignità personale di altro militare o di altri militari considerati come categoria (articoli 725, 732 e 733);

17) comportamento gravemente lesivo del prestigio o della reputazione delle Forze armate o del corpo di appartenenza (articolo 719);

18) negligenza nel governo del personale, nella cura delle condizioni di vita e di benessere dei dipendenti, nel controllo sul comportamento disciplinare degli inferiori (articoli 725 e 726);

19) inosservanza del dovere di effettuare i controlli previsti sui dipendenti nell’esecuzione di un servizio di particolare rilevanza o nell’attuazione e osservanza delle norme di sicurezza e di prevenzione nell’ambito del proprio comando, ufficio, unità ed ente, avuto anche riguardo al pericolo e all’entità del danno cagionato (articoli 725 e 726);

20) mancanza d’iniziativa nelle circostanze previste dal regolamento quando si tratta di interventi di particolare rilevanza (articolo 716);

21) omissioni nell’emanazione o manifesta negligenza nella acquisizione della consegna (articolo 730); 22) negligenza o imprudenza o ritardo nell’esecuzione di un ordine o nell’espletamento di un servizio secondo le modalità prescritte (articoli 716, 717 e 729);

23) abituale inosservanza delle disposizioni attinenti al senso dell’ordine o alle disposizioni che regolano l’orario di servizio, lo svolgimento delle operazioni e il funzionamento dei servizi (articoli 717, 734 e 740);

24) grave negligenza o imprudenza o inosservanza delle disposizioni nell’impiego del personale e dei mezzi o nell’uso, nella custodia o nella conservazione di armi, mezzi, materiali e infrastrutture. Danni di rilevante entità procurati ai materiali e ai mezzi della Amministrazione militare. Maltrattamento ad animali in dotazione al reparto (articoli 723, 725 e 726);

25) abituale negligenza nella custodia e nell’uso dei valori, timbri o sigilli o stampati, o nella conservazione del carteggio d’ufficio o nella custodia dei documenti militari di riconoscimento personale (articoli 717 e 723);

26) abituale negligenza nell’apprendimento delle norme e delle nozioni militari che concorrono alla formazione tecnica del militare (articoli 717 e 718);

27) comportamenti e atti di protesta gravemente inurbani (articolo 732);

28) comportamento particolarmente violento fra militari (articolo 732);

29) allontanamento, senza autorizzazione o in contrasto a una prescrizione, da un luogo militare o durante un servizio (articoli 727 e 730);

30) trasgressione alle limitazioni poste all’allontanamento dalla località di servizio (articoli 1469 del codice e 744);

31) ritardo ingiustificato e ripetuto superiore alle 8 ore nel rientro dalla libera uscita, dalla licenza o dal permesso (articoli 729 e 741);

32) reiterata inosservanza dell’obbligo di richiedere la prescritta autorizzazione per recarsi all’estero, per un periodo superiore alle 24 ore (articolo 1469, comma 3, del codice);

33) inosservanza ripetuta delle norme attinenti all’aspetto esteriore o al corretto uso dell’uniforme (articoli 720 e 721);

34) trasgressione al divieto dell’uso dell’uniforme nelle circostanze previste dal regolamento (articoli 720 e 746);

35) ripetuta violazione del divieto di indossare, in abito civile, indumenti caratteristici, distintivi della serie di vestiario in distribuzione (articolo 746);

36) dichiarazioni volutamente incomplete o infondate rese in un rapporto di servizio o comunque per ragioni di servizio o dichiarazioni false contenute in una istanza (articoli 735, 1365 del codice e 1366 del codice); 37) detenzione e uso in luoghi militari – se ne è fatto espresso divieto – di macchine fotografiche o cinematografiche, o di apparecchiature per registrazione fonica o audiovisiva (articoli 722 e 745);

38) detenzione o porto di armi o munizioni di proprietà privata in luogo militare, non autorizzati (articoli 723 e 745);

39) introduzione o detenzione in luoghi militari di apparecchi trasmittenti o ricetrasmittenti (articoli 722 e 745);

40) comportamenti volontariamente rivolti a menomare la propria efficienza fisica, e tali da escludere o condizionare l’adempimento di un servizio, o violativi dell’obbligo di sottoporsi agli accertamenti sanitari di cui all’articolo 718);

41) inosservanza degli obblighi connessi all’esecuzione della sanzione disciplinare di consegna di rigore o della consegna. Irrogazione di punizioni non previste dal regolamento (articoli 1358, 1361 e 1362 del codice);

42) comportamenti intesi a limitare l’esercizio del mandato del difensore (articolo 1370, comma 3, del codice);

43) violazione da parte dei componenti della commissione o da parte del difensore, dei doveri inerenti al loro ufficio (articoli 1370, comma 3, 1399, comma 4, e 1400 del codice);

44) comportamenti intesi a discriminazione politica (articolo 1483 del codice);

45) trattazione presso gli organi di rappresentanza militare di materie non consentite dalla legge;

46) invio o rilascio alla stampa o a organi di informazione, di comunicazioni o dichiarazioni a nome di un organo di rappresentanza militare. E’ fatta eccezione per i componenti del COCER per quanto riguarda le materie di competenza di tale organo rappresentativo;

47) adesione, qualificandosi come appartenente a un organo di rappresentanza militare, a iniziative, o riunioni, od ordini del giorno, o appelli o manifestazioni, o dibattiti, senza preventiva autorizzazione dell’autorità gerarchica competente se il fatto e’ lesivo degli interessi delle Forze armate;

48) svolgimento di attività connesse con la rappresentanza al di fuori degli organi di appartenenza, senza preventiva autorizzazione dell’autorità gerarchica competente;

49) ripetuta promozione, quale appartenente a un organo di rappresentanza militare, di rapporti con organismi estranei alle Forze armate, senza preventiva autorizzazione dell’autorità gerarchica competente;

50) atti diretti a condizionare l’esercizio del mandato dei componenti degli organi di rappresentanza militare;

51) attività di propaganda elettorale fuori dai luoghi militari per le elezioni degli organi di rappresentanza;

52) attività di propaganda all’interno dei luoghi militari nelle ore di servizio, in locali diversi da quelli stabiliti e con l’ausilio di mezzi non consentiti dal regolamento;

53) atti e intimidazioni che turbano il regolare svolgimento delle elezioni per la rappresentanza militare;

54) alterazione dei risultati di una consultazione elettorale per la formazione degli organi della rappresentanza militare;

55) inosservanza delle disposizioni relative al funzionamento dell’organo di rappresentanza militare di appartenenza […]”.

Inoltre, per dovere di completezza, vi ricordo che ai sensi del citato articolo 751 TUOM sono sanzionabili con la consegna di rigore anche “i comportamenti indicati dall’articolo 1362, comma 7, del codice” dell’ordinamento militare, ovvero i “fatti previsti come reato, per i quali il comandante di corpo non ritenga di richiedere il procedimento penale, ai sensi dell’articolo 260 c.p.m.p. [codice penale militare di pace – per approfondire leggi qui!]” e quelli “che hanno determinato un giudizio penale a seguito del quale è stato instaurato un procedimento disciplinare”.

a) fatti previsti come reato, per i quali il comandante di corpo non ritenga di richiedere il procedimento penale, ai sensi dell’articolo 260 c.p.m.p.; b) fatti che hanno determinato un giudizio penale a seguito del quale e’ stato instaurato un procedimento disciplinare.
: a) fatti previsti come reato, per i quali il comandante di corpo non ritenga di richiedere il procedimento penale, ai sensi dell’articolo 260 c.p.m.p.; b) fatti che hanno determinato un giudizio penale a seguito del quale e’ stato instaurato un procedimento disciplinare.
: a) fatti previsti come reato, per i quali il comandante di corpo non ritenga di richiedere il procedimento penale, ai sensi dell’articolo 260 c.p.m.p.; b) fatti che hanno determinato un giudizio penale a seguito del quale e’ stato instaurato un procedimento disciplinare.

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LA CONSEGNA DI RIGORE

La consegna di rigore è la sanzione disciplinare di corpo più “grave” che può essere inflitta:

  • esclusivamente dal Comandante di corpo da cui dipende il militare incolpato;
  • ai sensi dell’articolo 1362 del Codice dell’ordinamento militare, solo [1]per le infrazioni specificamente indicate nell’articolo 751” (leggi qui) del Testo unico delle disposizioni regolamentari in materia di ordinamento militare (decreto del presidente della repubblica n. 90 del 2010 – cosiddetto TUOM).

Il procedimento per l’irrogazione della consegna di rigore è rigidamente disciplinato dal Codice dell’ordinamento militare (decreto legislativo n. 66 del 2010 – cosiddetto COM). Conseguentemente, mi limiterò a “riorganizzare” la struttura del codice per renderla più semplice. Fermo restando che si applicano a tale specifica sanzione disciplinare di corpo i principi generali del diritto disciplinare militare (argomento cui ho dedicato uno specifico postleggi qui), la consegna di rigore presenta alcune peculiarità che la differenziano dalle altre sanzioni di corpo, ovvero il richiamo, il rimprovero e la consegna (anch’esse oggetto di un postleggi qui). Iniziamo col dire che la contestazione degli addebiti prevede, rispetto a quella prevista per le altre sanzioni disciplinari di corpo, una serie di comunicazioni aggiuntive da effettuare al militare incolpato, ovvero quella che afferisce:

  • al diritto a nominare un difensore di fiducia, con l’avvertimento che, in caso di mancata nomina, ne verrà nominato uno d’ufficio (articolo 1370, secondo comma, del codice dell’ordinamento militare) [2]. Tale difensore, che può essere solo un militare in servizio anche se appartenente ad un altro Ente/Forza Armata (non potete quindi farvi difendere dal vostro Avvocato!), deve possedere delle caratteristiche ben precise e, una volta nominato, soggiace a diritti e obblighi predeterminati. Egli, infatti, ai sensi del terzo comma del citato articolo 1370 del Codice dell’ordinamento militare:a) non può essere di grado superiore a quello del presidente della commissione [di disciplina]; b) non deve trovarsi in alcuna delle condizioni di cui all’articolo 1380, comma 3 [3]; c) è vincolato al segreto d’ufficio e non deve accettare alcun compenso per l’attività svolta; d) non è dispensato dai suoi normali obblighi di servizio, salvo che per il tempo necessario all’espletamento del mandato; e) non può essere punito per fatti che rientrano nell’espletamento del mandato; f) è ammesso a intervenire alle sedute della commissione di disciplina anche se l’incolpato non si presenta alla seduta, ne’ fa constare di essere legittimamente impedito”.
  • alla composizione della commissione di disciplina che il Comandante di corpo procedente dovrà obbligatoriamente sentire prima di procedere all’eventuale irrogazione della sanzione (ricordiamo che il relativo parere non sarà comunque vincolante per il Comandante), con l’indicazione dei nominativi dei relativi componenti. Tale commissione, di cui non possono far parte né il superiore che ha rilevato la mancanza né, tantomeno, il militare offeso o danneggiato, ai sensi dell’articolo 1400, secondo comma, del codice dell’ordinamento militare:“a) è composta da tre militari, di cui due di grado superiore e un pari grado del militare che ha commesso la mancanza; b) è nominata dal comandante di corpo; c) è presieduta dal più elevato in grado o dal più anziano dei componenti a parità di grado”.

Inoltre, evidenti sono differenze rispetto al modello base previsto per l’irrogazione delle altre sanzioni disciplinari di corpo che si incontrano nello svolgimento del procedimento (il cosiddetto “processino”). Infatti che, sulla base di quanto dettagliatamente previsto all’articolo 1399 del Codice dell’ordinamento militare, tale procedimento si deve svolgere come segue:“a) contestazione da parte del comandante di corpo o di ente degli addebiti; b) esposizione da parte dell’incolpato delle giustificazioni in merito ai fatti addebitatigli; c) eventuale audizione di testimoni ed esibizione di documenti; d) intervento del militare difensore”.

Il Comandante, quindi, una volta “congedati gli eventuali testimoni, l’incolpato e il difensore, sentita la commissione [di disciplina], la invita a ritirarsi per formulare il parere di competenza” che, ricordiamo, non è vincolante né in termini di qualità della sanzione da irrogare (consegna di rigore o, eventualmente, altra sanzione di corpo meno grave … perché no?) né, tantomeno, in termini di quantità della sanzione stessa (ovvero numero di giorni di consegna di rigore da infliggere). Ai sensi dell’articolo 751, secondo comma, del Testo Unico delle disposizioni regolamentari in materia di ordinamento militare, il Comandante di corpo sarà invece vincolato a tenere conto, “nell’irrogazione della consegna di rigore, della gravità del fatto, della recidività, delle circostanze in cui è stata commessa l’infrazione e del danno che ne è derivato al servizio e all’Amministrazione”. Terminati tutti gli adempimenti, “il comandante di corpo fa redigere e firma apposito verbale nel quale, oltre alla motivazione della decisione e al parere della commissione, sono precisate le generalità dei componenti della commissione e del militare difensore” (articolo 1399, nono comma, del codice dell’ordinamento militare).

Prima di concludere, un piccolo accenno alla possibilità prevista, solo per la consegna di rigore, di differire il procedimento disciplinare per legittimo impedimento. Ebbene, il comma 5 dell’articolo 1370 del codice dell’ordinamento militare prevede infatti che: “il militare inquisito può chiedere il differimento dello svolgimento del procedimento disciplinare solo se sussiste un effettivo legittimo impedimento. Se la richiesta di differimento è dovuta a ragioni di salute: a. l’impedimento addotto deve consistere, sulla scorta di specifica certificazione sanitaria, in una infermità tale da rendere impossibile la partecipazione al procedimento disciplinare; b. l’autorità disciplinare può recarsi presso l’inquisito per svolgere il procedimento disciplinare, se tale evenienza non è espressamente esclusa dalla commissione medica ospedaliera incaricata di tale accertamento”.

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[1]: infatti, ai sensi dell’articolo 1362, settimo comma, del codice dell’ordinamento militare, “con la consegna di rigore possono, inoltre, essere puniti: a) fatti previsti come reato, per i quali il comandante di corpo non ritenga di richiedere il procedimento penale, ai sensi dell’articolo 260 c.p.m.p. [codice penale militare di pace]; b) fatti che hanno determinato un giudizio penale a seguito del quale è stato instaurato un procedimento disciplinare”.

[2]: articolo 1370, secondo comma, del codice dell’ordinamento militare: “Il militare inquisito è assistito da un difensore da lui scelto fra militari in servizio, anche non appartenenti al medesimo ente o Forza armata nella quale egli presta servizio o, in mancanza, designato d’ufficio. Il difensore designato d’ufficio non può rifiutarsi salvo sussista un legittimo impedimento. Un militare non può esercitare l’ufficio di difensore più di sei volte in dodici mesi”.

[3]: “a) gli ufficiali che sono Ministri o Sottosegretari di Stato in carica; b) il Capo di stato maggiore della difesa, i Capi e i Sottocapi di stato maggiore dell’Esercito italiano, della Marina militare e dell’Aeronautica militare, gli ufficiali generali o ammiragli addetti allo Stato maggiore della difesa, agli Stati maggiori dell’Esercito italiano, della Marina militare e dell’Aeronautica militare, il Comandante generale dell’Arma dei carabinieri; c) gli ufficiali addetti alla Presidenza della Repubblica; d) gli ufficiali che prestano servizio al Ministero della difesa in qualità di Segretario generale, Direttore generale, Capo di Gabinetto, e gli ufficiali addetti al Gabinetto del Ministro o alle segreterie del Ministro e dei Sottosegretari di Stato o alle dirette dipendenze dei Segretari generali; e) i militari frequentatori dei corsi presso gli istituti militari; f) i parenti e gli affini tra loro sino al terzo grado incluso; g) l’offeso o il danneggiato e i parenti o affini del giudicando, dell’offeso o danneggiato, sino al quarto grado incluso; h) i superiori gerarchici alle cui dipendenze il militare ha prestato servizio allorché’ ha commesso i fatti che hanno determinato il procedimento disciplinare, o alle cui dipendenze il giudicando si trova alla data di convocazione della commissione di disciplina, se non si tratta di generale di corpo d’armata e gradi corrispondenti; i) l’ufficiale che ha presentato rapporti o eseguito indagini sui fatti che hanno determinato il procedimento disciplinare o che per ufficio ha dato parere in merito o che per ufficio tratta questioni inerenti allo stato, all’avanzamento e alla disciplina del personale; l) gli ufficiali che in qualsiasi modo hanno avuto parte in un precedente giudizio penale o commissione di disciplina per lo stesso fatto ovvero sono stati sentiti come testimoni nella questione disciplinare di cui trattasi; m) l’ufficiale sottoposto a procedimento penale o a procedimento disciplinare di stato” (articolo 1380, terzo comma, del codice dell’ordinamento militare).

COSA VUOL DIRE “CONTEGNO DEL MILITARE” E IN COSA CONSISTONO LE “NORME DI TRATTO”?

Iniziamo col dire che “tratto” significa modo di fare, modo di comportarsi … parlare di norme di tratto significa quindi parlare del comportamento che ogni militare deve tenere. Facciamo però molta attenzione: il “contegno” e “correttezza” nel comportamento non sono parole senza significato ma chiari doveri giuridici … ciò significa che il militare che vi trasgredisce è sanzionabile disciplinarmente! Come deve quindi comportarsi il militare? Come dobbiamo comportarci? Per dare una prima risposta a tale domanda ci viene in aiuto il Decreto del Presidente della Repubblica n. 90 del 2010 Testo unico delle disposizioni regolamentari in materia di ordinamento militare(cosiddetto TUOM) che all’:

  • articolo 732, titolato “Contegno del militare” stabilisce che: “1. Il militare deve in ogni circostanza tenere condotta esemplare a salvaguardia del prestigio delle Forze armate. 2. Egli ha il dovere di improntare il proprio contegno al rispetto delle norme che regolano la civile convivenza. 3. In particolare deve: a) astenersi dal compiere azioni e dal pronunciare imprecazioni, parole e discorsi non confacenti alla dignità e al decoro; b) prestare soccorso a chiunque versi in pericolo o abbisogni di aiuto; c) consegnare prontamente al superiore o alle autorità competenti denaro o cosa che ha trovato o che gli sono pervenuti per errore; d) astenersi dagli eccessi nell’uso di bevande alcoliche ed evitare l’uso di sostanze che possono alterare l’equilibrio psichico; e) rispettare le religioni, i ministri del culto, le cose e i simboli sacri e astenersi, nei luoghi dedicati al culto, da azioni che possono costituire offesa al senso religioso dei partecipanti. 4. Deve prestare il proprio concorso agli appartenenti alla polizia giudiziaria, anche quando gli è richiesto verbalmente […]”. Inoltre, riferendosi ai soli colleghi dell’Arma aggiunge che “[…] Il personale dell’Arma dei carabinieri deve improntare il proprio contegno, oltre che alle norme previste dai precedenti commi, ai seguenti ulteriori doveri: a) mantenere, anche nella vita privata, una condotta seria e decorosa; b) osservare i doveri del suo stato, anche nel contrarre relazioni o amicizie; c) salvaguardare nell’ambito del reparto la serenità e la buona armonia, anche nell’interesse del servizio; d) mantenere un perfetto e costante buon accordo con gli altri militari; e) usare modi cortesi con qualsiasi cittadino; 6. Per il personale dell’Arma dei carabinieri costituisce grave mancanza disciplinare: a) la negligenza e il ritardo ingiustificato nell’assolvimento dei doveri connessi con le speciali attribuzioni che i militari dell’Arma dei carabinieri disimpegnano, in esecuzione di ordini, a richiesta dell’autorità ovvero d’iniziativa; b) ricorrere allo scritto anonimo; c) fare uso smodato di sostanze alcooliche o, comunque, di sostanze stupefacenti; d) non onorare i debiti o contrarli con persone moralmente o penalmente controindicate”;
  • articolo 733 a, titolato “Norme di tratto”, aggiunge che:“1. La correttezza nel tratto costituisce preciso dovere del militare. 2. Nei rapporti, orali o scritti, di servizio tra militari di grado diverso deve essere usata la terza persona. 3. Il militare si presenta al superiore con il saluto, indicando il grado e il cognome. Nel riferirsi e nel rivolgersi ad altro militare deve usare l’indicazione del grado o della carica, seguita o meno dal cognome. 4. E’ fatta salva la consuetudine circa l’uso dell’appellativo «comandante» e, per gli ufficiali inferiori della Marina militare, dell’appellativo «signore», seguito o meno dal cognome. 5. I militari che per la prima volta si trovino insieme per rapporti di servizio devono presentarsi scambievolmente; quando sono di grado diverso si presenta per primo il meno elevato in grado”.

Le norme che vi ho postato non credo che necessitino di alcun commento e quindi non ci basta che renderle esecutive … ad maiora!

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IL DOVERE DI COMUNICAZIONE DEL MILITARE

Ogni militare deve tenere informato il proprio Comando di tutti quegli eventi che possano avere riflessi sul servizio o che ne possano pregiudicare il corretto svolgimento. La materia non è una novità, infatti il contenuto dell’articolo 748 [1] del D.P.R. n.90 del 2010 “Testo unico delle disposizioni regolamentari in materia di ordinamento militare” (il cosiddetto TUOM) altro non è se non la trascrizione parola per parola dell’52 dell’abrogato Regolamento di Disciplina Militare. Dopo aver letto l’articolo nella sua interezza (ve l’ho messo in nota proprio per questo motivo), c’è una piccola precisazione che mi sento in dovere di darvi, perché non ottemperare a tale obbligo di comunicazione è una chiara violazione disciplinare, in quanto idoneo a creare disservizio alla propria Amministrazione di appartenenza. Tralasciando il grosso dell’articolo che non presenta particolari problemi (per approfondire la comunicazione dell’assenza per malattia leggi qui!), concentriamoci solo sulla parte meno “chiara” dell’articolo 748 TUOM, ovverosia sul comma 5, lettera b, che impone a ogni militare di dare sollecita comunicazione al proprio Comando “degli eventi in cui è rimasto coinvolto e che possono avere riflessi sul servizio” iniziamo a chiederci … ma quali sono questi eventi che devono essere comunicati? La domanda non è affatto banale… Beh, possiamo dire che eventi “che possono avere riflessi sul servizio” sono tutti quelli accadimenti di gravità tale da poter incidere sullo stato giuridico, su eventuali concorsi, sull’impiego, sull’avanzamento, sul nulla osta di sicurezza, sul transito all’impiego civile eccetera. Di tali eventi non è stato redatto alcun elenco e, quindi, nell’assenza di altre indicazioni possiamo azzardare a dire che siano, ad esempio, l’intenzione di svolgere un’attività extraprofessionale (cioè un secodo lavoro consentito – per approfondire l’argomento leggi qui) l’esser rimasti coinvolti in un grave incidente, in un procedimento penale (anche la denuncia da parte del vicino di casa potrebbe avere riflessi sul servizio, ad esempio perché ha come conseguenza quella di farci escludere da un concorso), l’aver contratto una grave malattia o l’aver subito un grave infortunio (cosa che potrebbe pregiudicare l’idoneità psicofisica o addirittura il mantenimento dello status militare con l’eventuale transito all’impiego civile). Per quanto precede, il mio consiglio è quello di informare il proprio Comando non di ogni stupidaggine che ci capiti ma solo di quegli avvenimenti che abbiano una gravità tale da poter essere d’interesse (anche ai fini matricolari – per approfondire leggi qui) … nel dubbio se comunicare o meno informate ugualmente il Comando, tanto prima o poi si viene a sapere … ad esempio in fase di avanzamento al grado superiore, di rinnovo del nulla osta di sicurezza o solo perché qualche collega ha la lingua lunga con la conseguenza che, anche a distanza di mesi o di anni, una bella sanzione disciplinare non ve la leva nessuno.

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[1] Articolo 748 TUOM: “1. Il militare presente al corpo o ente, impedito per malattia a prestare servizio, deve informare prontamente il superiore diretto e, in relazione alla carica rivestita, chi è destinato a sostituirlo. Al termine della malattia il militare deve informare prontamente il superiore diretto. 2. Nei casi di assenza per motivi di salute, il militare, senza ritardo, deve trasmettere, al superiore diretto, il certificato medico recante la prognosi, nonché, al competente organo della sanità militare, il certificato medico da cui risultano sia la prognosi che la diagnosi, affinché, nell’esercizio delle funzioni previste dall’articolo 181 del codice, venga verificata la persistenza dell’idoneità psico-fisica ad attività istituzionali connesse alla detenzione o all’uso delle armi, ovvero comunque connotate da rischio o controindicazioni all’impiego. Con decreto del Ministro della difesa, ovvero del Ministro dell’economia e delle finanze per il personale del Corpo della Guardia di finanza, previa acquisizione del parere del Garante per la protezione dei dati personali, sono disciplinate le modalità che assicurano l’adozione del sistema del doppio certificato, in modo che quello recante la diagnosi sia destinato unicamente agli organi sanitari militari competenti e non confluisca nel fascicolo personale del militare, restando salva e impregiudicata la facoltà dell’Amministrazione di effettuare, tramite la sanità militare, ovvero del Corpo della Guardia di finanza per il proprio personale, le visite di controllo per l’idoneità psico-fisica previste dalle norme in vigore. Le modalità per l’eventuale trasmissione telematica dei certificati medici agli organi della Sanità militare sono stabilite con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta dei Ministri della difesa e dell’economia e delle finanze, di concerto con i Ministri per la pubblica amministrazione e l’innovazione, della salute, e del lavoro e delle politiche sociali, per i rapporti con le regioni e per la coesione territoriale, previa acquisizione del parere del Garante per la protezione dei dati personali, sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano. 3. Il comandante di corpo o del distaccamento ha il dovere di informare tempestivamente i familiari del militare che versa in gravi condizioni di salute, specificando il luogo in cui si trova ricoverato. 4. Il militare che, essendo legittimamente assente, prevede, per malattia o per altra grave ragione, di non poter rientrare al corpo entro il termine stabilito, deve informare il comando di presidio – o in assenza il comando carabinieri – nella cui circoscrizione egli si trova; questo adotta i provvedimenti del caso dandone immediata comunicazione al comando o ente dal quale il militare dipende. 5. Il militare deve, altresì, dare sollecita comunicazione al proprio comando o ente:

  1. di ogni cambiamento di stato civile e di famiglia;
  2. degli eventi in cui è rimasto coinvolto e che possono avere riflessi sul servizio”.

LA “CANCELLAZIONE” DELLE SANZIONI DISCIPLINARI DI CORPO

L’articolo 1369 del codice dell’ordinamento militare (decreto legislativo n. 66 del 2010 – cosiddetto COM) regola la cessazione degli effetti delle sanzioni disciplinari di corpo. Ebbene, tale articolo stabilisce che:

1. I militari possono chiedere la cessazione di ogni effetto delle sanzioni [disciplinari di corpo] trascritte nella documentazione personale. L’istanza relativa può essere presentata, per via gerarchica, al Ministro della difesa dopo almeno due anni di servizio dalla data della comunicazione della punizione, se il militare non ha riportato, in tale periodo, sanzioni disciplinari diverse dal richiamo.

2. Il Ministro, ovvero l’autorità militare da lui delegata, decide entro sei mesi dalla presentazione dell’istanza tenendo conto del parere espresso dai superiori gerarchici e di tutti i precedenti di servizio del richiedente.

3. In caso di accoglimento dell’istanza le annotazioni relative alla sanzione inflitta sono eliminate dalla documentazione personale, esclusa peraltro ogni efficacia retroattiva”.

Con la “cancellazione” delle sanzioni disciplinari di corpo (solo quelle scritte ovvero il rimprovero, la consegna e la consegna di rigore), si eliminano gli effetti “futuri” di una sanzione disciplinare di corpo trascritta nella documentazione personale … ciò significa che è più corretto parlare di cessazione degli effetti della sanzione disciplinare: gli effetti “passati” infatti permangono e, una volta ottenuta la cancellazione della punizione, nulla posso cioè fare per eliminare il pregiudizio subito, ad esempio, sulla mia passata valutazione caratteristica (pensiamo ad una scheda valutativa non eccellente proprio perché nel periodo di valutazione ero stato punito) o sulla perdita della possibilità di concorrere per un trasferimento o per impiego all’estero (in cui si fissava magari il requisito di non esser stato punito nell’ultimo biennio) eccetera. Insomma, la cancellazione vale solo per il futuro, non produce effetti retroattivi … per il passato, invece, chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato, palla al centro e si ricomincia!

La procedura è semplice: si può inviare per via gerarchica al Ministro della difesa la domanda di cancellazione (per AM, EI, MM e CC è competente la Direzione Generale per il Personale Militare – PERSOMIL) solo se, per almeno due anni, non sono stato più punito. Badate bene, l’inoltro “per via gerarchica” non è passivo, i vostri superiori dovranno infatti “attivamente” fornire un parere sulla richiesta e, di tale parere (nonché dei vostri precedenti di servizio e, cioè, valutazioni caratteristiche, encomi, elogi, eventuali pendenze penali eccetera), si terrà conto ai fini dell’adozione della decisione finale.

Se la richiesta viene poi respinta? Beh, basta ripresentarla al trascorrere di altri due anni (sempre che non si venga nuovamente puniti), in modo che chi deve decidere sulla cancellazione possa, magari, poter disporre di maggiori elementi “positivi” da prendere in considerazione ai fini dell’accoglimento dell’istanza.

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P.S. Per le sanzioni disciplinari di stato non esiste alcuna cancellazione! Tanto premesso sappiate comunque che, ai sensi dell’art. 1393 del COM, “[…] se il procedimento disciplinare, non sospeso, si conclude con l’irrogazione di una sanzione e, successivamente, il procedimento penale è definito con una sentenza irrevocabile di assoluzione che riconosce che il fatto addebitato al dipendente non sussiste o non costituisce illecito penale o che il militare non lo ha commesso, l’autorità competente, ad istanza di parte, da proporsi entro il termine di decadenza di sei mesi dall’irrevocabilità della pronuncia penale, riapre il procedimento disciplinare per modificarne o confermarne l’atto conclusivo in relazione all’esito del giudizio penale […]”.

LE SANZIONI DISCIPLINARI DI CORPO

La disciplina di corpo è quella parte del diritto disciplinare militare (clicca qui per approfondire) che regola le modalità con cui vengono di norma [1] sanzionati comportamenti i cui effetti rimangono confinati all’interno dell’organizzazione militare (nel corpo, appunto, da intendersi come aggregazione militare) e che sono, quindi, oggettivamente meno gravi di quelli che vengono perseguiti con una sanzione disciplinare di stato. Le sanzioni disciplinari di corpo, vera peculiarità dell’ordinamento militare essendo sconosciute agli altri settori del pubblico impiego, svolgono una funzione essenzialmente formativa e correttiva del militare e consistono, ai sensi dell’articolo 1358 del Codice dell’ordinamento militare, “nel richiamo, nel rimprovero, nella consegna e nella consegna di rigore”. Tutto quello che vi serve è sostanzialmente riportato nel Codice dell’ordinamento militare: per tanto, dato che la è materia abbastanza semplice da ricostruire, ne ripercorrerò solo i tratti salienti, lasciandovi la piena libertà di procedere o meno ad un autonomo approfondimento. Prima di delineare i caratteri fondamentali del procedimento disciplinare di corpo (la cui conoscenza, credetemi, può esservi estremamente utile nella pratica!), ritengo comunque premiante procedere a un preliminare “ripassino” sulle diverse sanzioni disciplinari di corpo per come sono descritte sul Codice dell’ordinamento militare (decreto legislativo n. 66 del 2010 – cosiddetto COM). Queste sono, ai sensi dell’articolo:

  • 1359, il richiamo [2] che è un ammonimento “verbale” [3] con cui sono punite “lievi mancanze [ovvero] omissioni causate da negligenza” e che “può essere inflitto da qualsiasi superiore”. Non è soggetto “a trascrizione nella documentazione personale dell’interessato” dovendosene tenere conto “limitatamente al biennio successivo alla sua inflizione, esclusivamente ai fini della recidiva nelle mancanze per le quali può essere inflitta la sanzione del rimprovero”;
  • 1360, il rimprovero che è, invece, “una dichiarazione di biasimo con cui sono punite le lievi trasgressioni alle norme della disciplina e del servizio o la recidiva nelle mancanze per le quali può essere inflitto il richiamo”. Può essere “inflitto dalle autorità di cui all’articolo 1396” ovvero, sostanzialmente, dal Comandante di corpo o da quello di reparto. Inoltre, il “provvedimento con il quale è inflitta la punizione è comunicato per iscritto all’interessato ed è trascritto nella documentazione personale”;
  • 1361, la consegna con cui “sono punite: a. la violazione dei doveri diversi da quelli previsti dall’articolo 751 del regolamento; b. la recidiva nelle mancanze già sanzionate con il rimprovero; c. più gravi trasgressioni alle norme della disciplina e del servizio. Il provvedimento con il quale è inflitta la punizione è comunicato per iscritto all’interessato ed è trascritto nella documentazione personale […]”. Tale sanzione disciplinare consiste, ai sensi dell’articolo 1358, “nella privazione della libera uscita fino al massimo di sette giorni consecutivi”, fermo restando che “i militari di truppa coniugati, i graduati, i sottufficiali e gli ufficiali che usufruiscono di alloggio privato sono autorizzati a scontare presso tale alloggio la punizione di consegna [4]”.
  • 1362, la consegna di rigoresi applica per le infrazioni specificamente indicate nell’ articolo 751 del regolamento[5] […]” (In considerazione delle peculiarità nel procedimento di irrogazione di tale specifica sanzione disciplinare di corpo, le ho dedicato uno specifico postleggi qui).

Tanto premesso, passiamo a descrivere il procedimento disciplinare di corpo, iniziando col dire che questo, ai sensi dell’articolo 1398, secondo comma, del Codice dell’ordinamento militare, “si svolge, anche oralmente, attraverso le seguenti fasi: a. contestazione degli addebiti; b. acquisizione delle giustificazioni ed eventuali prove testimoniali; c. esame e valutazione degli elementi contestati e di quelli addotti a giustificazione; d. decisione; e. comunicazione all’interessato”.

Il procedimento disciplinare deve essere iniziato “senza ritardo” (articolo 1398, primo comma, del Codice dell’ordinamento militare). Il codice non quantifica però esattamente l’intervallo di tempo che deve trascorrere tra l’infrazione (o la conoscenza della stessa da parte dell’autorità militare titolare della funzione sanzionatoria) e l’avvio del relativo procedimento disciplinare. Conseguentemente, la giurisprudenza ha chiarito che tale intervallo di tempo debba essere “ragionevole”, detto altrimenti né troppo corto (altrimenti chi deve punire non avrebbe il tempo necessario per ponderare adeguatamente la condotta del militare incolpato e, quest’ultimo, non avrebbe la possibilità di avere un giusto contraddittorio) né troppo lungo (per non correre il rischio di pregiudicare il diritto di difesa del militare incolpato). In tale ambito può esserci di aiuto l’articolo 2, secondo comma, della legge n. 241 del 1990 nella parte in cui stabilisce che “i procedimenti amministrativi di competenza delle amministrazioni statali e degli enti pubblici nazionali devono concludersi entro il termine di trenta giorni”, dalla commissione dell’infrazione naturalmente … ciò significa che tra il momento dell’infrazione e la contestazione degli addebiti è meglio non superare i 30 giorni! Una precisazione è d’obbligo, ho detto che è meglio non superare i 30 giorni perchè tale termine non è perentorio: ciò significa che alla scadenza dei 30 giorni l’autorità militare competente a sanzionare non “consuma” il proprio potere disciplinare: il procedimento può essere quindi sempre attivato, anche se in ritardo e la punizione sarà valida al 100%; tale ritardo non va quindi a inficiare la validità del provvedimento disciplinare perché è considerato una mera irregolarità!

Diciamo ora qualcosa in più su ognuna delle fasi del procedimento disciplinare:

  • la contestazione degli addebiti – Con tale fase si apre formalmente il procedimento disciplinare; detto altrimenti, senza contestazione degli addebiti non c’è procedimento disciplinare e, quindi, non può essere inflitta alcuna sanzione. In tale fase si incolpa formalmente il militare per ciò che ha fatto, gli si “contesta” cioè la trasgressione, delimitando l’oggetto del giudizio disciplinare, fornendogli al contempo tutta una serie di informazioni sul procedimento in modo da favorirne la partecipazione, sollecitarne il contraddittorio e garantirne il diritto di difesa. Il procedimento disciplinare è, infatti, un procedimento amministrativo e, al pari di qualsiasi altro procedimento amministrativo, viene regolato dalla citata legge n. 241 del 1990 titolata appunto “Nuove norme in materia di procedimento amministrativo […]”. Ebbene, dato che la contestazione degli addebiti non è altro se non una “comunicazione di avvio del procedimento”, vi si applicheranno gli articoli 7 [6] e 8 [7] della citata legge n. 241/90 [8]; per tanto, dovrà quantomeno indicare: 1.la mancanza disciplinare commessa, con indicazione delle norme disciplinari violate; 2. l’autorità militare competente ad adottare la sanzione e il responsabile del procedimento; 3. il termine stabilito per la conclusione del procedimento disciplinare e quello dato all’incolpato per poter eventualmente produrre elementi a propria difesa. Tale ultimo punto 3. merita un ulteriore piccolo approfondimento: il termine massimo per la conclusione del procedimento disciplinare è fissato dall’articolo 1046 del testo unico delle disposizioni regolamentari in materia di ordinamento militare (TUOM) in “90 giorni dalla contestazione degli addebiti [9]”. L’articolo 1029 TUOM stabilisce inoltre che il termine a difesa sia normalmente pari a due terzi di quello stabilito per la durata del procedimento (nel nostro caso sarà quindi pari a 60 giorni). Naturalmente, l’autorità militare competente ha il potere di ridurre il termine massimo di conclusione del procedimento disciplinare in relazione alla situazione che, ad esempio, è evidente al punto dal rendere superflui particolari approfondimenti sugli eventi (in quanto sufficientemente chiari o non contestati dal militare incolpato). Ebbene, il secondo comma del citato articolo 1029 TUOM, rompe l’equazione termine a difesa = 2/3 del termine del procedimento, stabilendo che “quando il termine del procedimento sia uguale o inferiore a trenta giorni, memorie scritte e documenti dovranno essere presentati entro dieci giorni dall’inizio del procedimento. Tale termine viene computato a partire dalla data di comunicazione dell’avvio del procedimento effettuata ai sensi dell’articolo 1028”. Ciò significa che se il superiore si impegna a concludere il procedimento disciplinare entro 30 giorni, il militare incolpato avrà solo 10 giorni (e non 20!) per poter produrre eventuali difese.
  • acquisizione delle giustificazioni ed eventuali prove testimoniali, esame e valutazione degli elementi contestati e di quelli addotti a giustificazione – Tratterò queste due fasi insieme perché sono particolarmente semplici da capire. Infatti, in tali fasi avviene la raccolta delle informazioni utili ai fini della decisione, si ascoltano eventuali testimoni e, soprattutto, si concretizza il diritto di difesa e si attua il contraddittorio del militare incolpato: è proprio in tali fasi che questo può infatti difendersi, negando completamente o solo in parte le accuse mossegli. Peraltro, in considerazione del fatto che l’articolo 1370, primo comma, del codice dell’ordinamento militare evidenza che “nessuna sanzione disciplinare può essere inflitta senza contestazione degli addebiti e senza che sono state acquisite e vagliate le giustificazioni addotte dal militare interessato”, non è insensato arrivare a ritenere che l’eventuale provvedimento disciplinare debba, seppur brevemente, fornire indicazione sulle difese addotte dal militare nonché l’esito dell’attività istruttoria svolta (come, ad esempio, l’audizione dei testimoni). Prima di passare alla successiva fase della decisione, colgo infine l’occasione per segnalarvi che nel procedimento di erogazione della consegna di rigore, il militare incolpato deve necessariamente farsi assistere da un militare difensore, ma tratteremo bene l’argomento nello specifico post redatto sull’argomento a cui, ad ogni buon conto, rimando (leggi qui).
  • decisione sul procedimento disciplinare e comunicazione all’interessato – Anche queste due fasi sono molto semplici da capire; peraltro troverete tutto scritto nei particolari nel codice dell’ordinamento militare (COM): i commi 4, 5 e 6 dell’articolo 1398 stabiliscono infatti che:“la decisione dell’autorità competente è comunicata verbalmente senza ritardo all’interessato anche se l’autorità stessa non ritiene di far luogo all’applicazione di alcuna sanzione. 5. Al trasgressore è comunicato per iscritto il provvedimento sanzionatorio contenente la motivazione, salvo che sia stata inflitta la sanzione del richiamo. 6. La motivazione deve essere redatta in forma concisa e chiara e configurare esattamente l’infrazione commessa indicando la disposizione violata o la negligenza commessa e le circostanze di tempo e di luogo del fatto”.

Prima di concludere, un piccolo accenno alla possibilità offerta dal codice di poter adottare provvedimenti disciplinari provvisori a titolo precauzionale. L’articolo 1401 del Codice dell’ordinamento militare prevede infatti che: “1. In caso di necessità e urgenza, il comandante di corpo, se rileva una mancanza tale da comportare la consegna o la consegna di rigore, o se ne viene edotto, può disporre, a titolo precauzionale, l’immediata adozione di provvedimenti provvisori, della durata massima di quarantotto ore, in attesa che venga definita la sanzione disciplinare. 2. Il superiore che adotta il provvedimento provvisorio deve informare senza ritardo l’autorità competente a irrogare la sanzione, affinché’ essa provveda alla conferma o meno del provvedimento, in attesa di procedere ai sensi degli articoli 1398. 3. La durata del provvedimento provvisorio va compresa nel computo della sanzione definitiva”.

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[1]: ho utilizzato il termine “normalmente” poiché il comma 7 dell’articolo 1362 del codice dell’ordinamento militare stabilisce che “con la consegna di rigore possono, inoltre, essere puniti: a) fatti previsti come reato, per i quali il comandante di corpo non ritenga di richiedere il procedimento penale, ai sensi dell’articolo 260 c.p.m.p. [cioè il codice penale militare di pace]; b) fatti che hanno determinato un giudizio penale a seguito del quale è stato instaurato un procedimento disciplinare”.

[2]: il richiamo è, quindi, l’unica sanzione disciplinare di corpo che non viene trascritta nei documenti personali.

[3]: l’articolo 1358, numero 2, del codice dell’ordinamento militare stabilisce infatti che “il richiamo è verbale”. Sappiate però che il correttivo al COM adottato con il decreto legislativo n.173 del 2019, proprio nell’ottica favorire la redazione scritta del richiamo, ha soppresso le parole “nè a particolari forme di comunicazione scritta o pubblicazione” che erano presenti al comma 3 e che, di fatto, rendevano quantomeno superflua la redazione scritta di tale sanzione disciplinare. Conseguentamente, nulla osta al fatto che esso possa essere trascritto dal superiore nel carteggio interno, per futura memoria, solo ai fini previsti dal quarto comma del successivo articolo 1359, ovvero “[…] limitatamente al biennio successivo alla sua inflizione, esclusivamente ai fini della recidiva nelle mancanze per le quali può essere inflitta la sanzione del rimprovero”..

[4]: è stata da sempre messa in dubbio la compatibilità della privazione della libera uscita prevista dalla consegna o l’obbligo di rimanere in apposito spazio previsto dalla consegna di rigore con gli articoli 13 e 16 della Costituzione che trattano, rispettivamente, la libertà personale e la libertà di circolazione del cittadino. I giudici hanno più volte affrontato il problema arrivando sostanzialmente a ritenere che la privazione dalla libera uscita e, soprattutto, l’obbligo di rimanere in un determinato spazio, siano ordini militari che traggono la loro legittimazione direttamente dalla disciplina militare. Essendo ordini, il militare punito non è quindi soggetto ad alcuna forza esterna che ne limiti fisicamente la libertà personale o di movimento ma è, al contrario, soggetto ad un ordine che deve eseguire, mantenendo cioè doverosamente un determinato comportamento: mi riferisco all’astenersi dall’andare in libera uscita (che deriva dalla consegna inflittagli) ovvero all’obbligo di rimanere in un determinato spazio (previsto invece quale conseguenza dell’irrogazione della consegna di rigore). Ciò vuol dire, soprattutto per la consegna di rigore, che in linea di principio nessuno vieterà al militare punito di uscire dalla caserma o dall’alloggio privato con la forza, ma che, in base alle circostanze, questi se trasgredirà a tale obbligo sarà responsabile penalmente (ad esempio, per disobbedienza ovvero per forzata consegna, nel caso in cui non ottemperi alle intimazioni del personale addetto alla vigilanza) o disciplinarmente (ad esempio per violazione degli obblighi derivanti dalla mancata esecuzione della sanzione disciplinare ricevuta).

[5]: ovvero il decreto del Presidente della Repubblica n. 90 del 2010, testo unico delle disposizioni regolamentari in materia di ordinamento militare.

[6]: articolo 7 della legge n. 241 del 1990 – Comunicazione di avvio del procedimento:“1. Ove non sussistano ragioni di impedimento derivanti da particolari esigenze di celerità del procedimento, l’avvio del procedimento stesso è comunicato, con le modalità previste dall’articolo 8, ai soggetti nei confronti dei quali il provvedimento finale è destinato a produrre effetti diretti ed a quelli che per legge debbono intervenirvi. Ove parimenti non sussistano le ragioni di impedimento predette, qualora da un provvedimento possa derivare un pregiudizio a soggetti individuati o facilmente individuabili, diversi dai suoi diretti destinatari, l’amministrazione è tenuta a fornire loro, con le stesse modalità, notizia dell’inizio del procedimento. 2. Nelle ipotesi di cui al comma 1 resta salva la facoltà dell’amministrazione di adottare, anche prima della effettuazione delle comunicazioni di cui al medesimo comma 1, provvedimenti cautelari”.

[7]: articolo 8 della legge n. 241 del 1990 – Modalità e contenuti della comunicazione di avvio del procedimento: “1. L’amministrazione provvede a dare notizia dell’avvio del procedimento mediante comunicazione personale. Nella comunicazione debbono essere indicati: a) l’amministrazione competente; b) l’oggetto del procedimento promosso; c) l’ufficio e la persona responsabile del procedimento; c-bis) la data entro la quale, secondo i termini previsti dall’articolo 2, commi 2 o 3 [della legge n. 241 del 1990], deve concludersi il procedimento e i rimedi esperibili in caso di inerzia dell’amministrazione […]; d) l’ufficio in cui si può prendere visione degli atti”.

[8]: peraltro ribaditi dal Testo Unico delle disposizioni regolamentari in materia di ordinamento militare (TUOM), Libro Sesto, Titolo I, Capo I e II, con particolare riguardo all’articolo 1028 titolato appunto “comunicazione dell’inizio del procedimento”.

[9]: articolo 1046, primo comma, lettera h) n. 6 del Testo Unico delle disposizioni regolamentari in materia di ordinamento militare (TUOM).

FONDAMENTI DI DIRITTO DISCIPLINARE MILITARE

La disciplina (e quindi il diritto disciplinare) è connaturata all’esistenza stessa di ogni organizzazione gerarchica, poiché mira principalmente preservarne l’ordine interno, il rispetto dell’autorità e l’obbedienza ovverosia concetti che, in ambito militare, vengono elevati a veri e propri valori da tutelare e proteggere. La disciplina rappresenta infatti la “spina dorsale” di ogni unità combattente: solo con la disciplina è infatti possibile raggiungere quell’efficienza e quella rapidità di azione cui deve naturalmente tendere lo strumento militare. Fino agli anni ’60 del secolo scorso la materia veniva regolata da ogni Forza Armata in modo autonomo e, solo nel 1964, venne finalmente emanato [1] un regolamento disciplinare unico, cioè valido per tutti i militari. Tale primo esperimento “unitario”, che ha il pregio di aver dato inizio al processo di “democratizzazione” delle Forze Armate (nel senso di armonizzarne l’ordinamento con i principi della Costituzione repubblicana), venne comunque duramente criticato sia dalla dottrina che dalla giurisprudenza (cioè dagli studiosi del diritto e dai giudici), soprattutto per l’approccio romantico “ottocentesco” con cui era stata trattata la condizione e l’etica militare: si sosteneva infatti che tale approccio poco si adattasse alla società dell’epoca e ai nuovi valori di cui era portatrice [2]! Le successive tappe di questo percorso, quelle che – per intenderci – hanno sostanzialmente ricondotto il diritto disciplinare militare nell’alveo dei principi costituzionali, “disegnandolo” per come è sostanzialmente oggi, sono:

  • l’approvazione della legge n. 382 del 1978 “Norme di principio sulla disciplina militare” che ha dettato in modo chiaro i principi fondamentali della materia;
  • l’emanazione del discendente “Regolamento di disciplina militare”, adottato con il Decreto del Presidente della Repubblica n. 545 del 1986.

Tali norme hanno il pregio di aver segnato, quantomeno per ciò che attiene al diritto disciplinare, il definitivo passaggio ad una concezione dell’ordinamento giuridico militare che entrasse finalmente a far parte del generale assetto costituzionale della Repubblica e le cui peculiarità trovassero la propria ratio e giustificazione nel particolare status posseduto dai suoi appartenenti (nella sezione “diritto costituzionale” troverete alcuni post che vi chiariranno meglio questi concetti fondamentali – leggi qui). Nonostante qualche inevitabile “aggiustamento”, tali norme sono confluite sostanzialmente intatte nel Codice dell’ordinamento militare (decreto legislativo n. 66 del 2010 – cosiddetto COM) e nel Testo Unico delle disposizioni regolamentari in materia di ordinamento militare (decreto del Presidente della Repubblica n. 90 del 2010 – cosiddetto TUOM).

Tanto premesso, iniziamo col dire che, ai sensi dell’articolo 1346 del COM la disciplina del militareè l’osservanza consapevole delle norme attinenti allo stato di militare in relazione ai compiti istituzionali delle Forze armate e alle esigenze che ne derivano. Essa è regola fondamentale per i cittadini alle armi in quanto costituisce il principale fattore di coesione e di efficienza. […] Per il conseguimento e il mantenimento della disciplina sono determinate le posizioni reciproche del superiore e dell’inferiore, le loro funzioni, i loro compiti e le loro responsabilità. Da ciò discendono il principio di gerarchia e quindi il rapporto di subordinazione e il dovere dell’obbedienza. […] Il militare osserva con senso di responsabilità e consapevole partecipazione tutte le norme attinenti alla disciplina e ai rapporti gerarchici. Nella disciplina tutti sono uguali di fronte al dovere e al pericolo”. Il successivo articolo 1352 definisce l’illecito disciplinare come “ogni violazione dei doveri del servizio e della disciplina militare sanciti dal presente codice, dal regolamento, o conseguenti all’emanazione di un ordine” (articolo 1352 del COM) senza procedere ad alcuna “tipizzazione/standardizzazione” delle condotte censurabili, ad eccezione di quelle previste dall’articolo 751 del TUOM che, per intenderci, sono quelle condotte che possono essere punite con la consegna di rigore (sanzione disciplinare a cui ho dedicato uno specifico post leggi qui). Ed ecco la differenza con il reato: il codice penale descrive nel dettaglio il comportamento dell’autore, mentre le norme disciplinari danno solo indicazioni sommarie che dovranno essere di volta in volta adattate al caso dall’autorità militare competente; stessa cosa per le sanzioni (o pene) applicabili, specificamente predeterminate nel diritto penale, mentre solo elencate e descritte in linea generale nel diritto disciplinare. Conseguentemente, il Comandante che instaura un procedimento disciplinare ha, nella pratica, moltissima libertà nel rilevare e sanzionare disciplinarmente il comportamento del proprio dipendente e, di riflesso, che la nozione di “illecito disciplinare” è estremamente ampia e dai confini assai incerti. Come ogni altro potere, anche il potere disciplinare deve essere usato bene ed ecco che il codice ci da’ una mano in tale difficile compito: il superiore che vaglia “disciplinarmente” la condotta di un proprio subordinato, deve infatti tenere sempre ben presente che:

  • la condotta deve essersi sempre concretamente verificata. Deve oggettivarsi, ovverosia essersi necessariamente concretizzata in un comportamento materialmente percepibile;
  • l’articolo 1466 del COM prevede esplicitamente delle limitazioni all’applicabilità di sanzioni disciplinari. Tale articolo prevede infatti che “l’esercizio di un diritto ai sensi del presente codice [3] e del regolamento [4] esclude l’applicabilità di sanzioni disciplinari”; ciò che realmente conta sarà quindi la verifica delle effettive modalità con cui tali diritti sono stati di fatto esercitati dal militare (ho dedicato alla materia alcuni post nella sezione “diritto costituzionale” che vi consiglio di leggere! leggi qui);
  • ai sensi dell’articolo 1350 del COM “le disposizioni in materia di disciplina militare, si applicano [di solito] nei confronti dei militari che si trovino in una delle seguenti condizioni: a. svolgono attività di servizio; b. sono in luoghi militari o comunque destinati al servizio; c. indossano l’uniforme; si qualificano, in relazione ai compiti di servizio, come militari o si rivolgono ad altri militari in divisa o che si qualificano come tali”;
  • l’applicazione della sanzione deve essere effettuata con gradualità. Ciò significa che, in ossequio a quanto previsto dal successivo articolo 1355 del COM, le sanzioni vanno “commisurate al tipo di mancanza commessa e alla gravità della stessa” e che nel determinarne la specie e, eventualmente, la durata, “sono inoltre considerati i precedenti di servizio disciplinari, il grado, l’età, e l’anzianità di servizio del militare che ha mancato”. Conseguentemente, “vanno punite con maggior rigore le infrazioni: a. intenzionali; b. commesse in presenza di altri militari; c. commesse in concorso con altri militari; d. ricorrenti con carattere di recidività”. Inoltre, il citato articolo 1355 del COM disciplina altresì di concorso e di continuazione nell’infrazione disciplinare, infatti, precisa che: 1. “nel caso di concorso di più militari nella stessa infrazione disciplinare è inflitta una sanzione più severa al più elevato in grado o, a parità di grado, al più anziano”; 2. qualora dovesse “essere adottato un provvedimento disciplinare riguardante più trasgressioni commesse da un militare, anche in tempi diversi, è inflitta un’unica punizione in relazione alla più grave delle trasgressioni e al comportamento contrario alla disciplina rivelato complessivamente dalla condotta del militare stesso”;
  • il medesimo militare non può essere sanzionato più volte per la stessa mancanza [5] [6]: nel momento in cui il superiore sanziona disciplinarmente il proprio subordinato consuma il proprio potere disciplinare; non può cioè più usarlo per lo stesso motivo sullo stesso militare perché non lo ha più!

Assolutamente tassativa [7] è, invece, la tipologia di sanzioni disciplinari irrogabili che, ai sensi dell’articolo 1352 del COM, possono essere solo “sanzioni disciplinari di stato o sanzioni disciplinari di corpo”. I due tipi di sanzioni sono alternative e, quindi, una medesima mancanza non può essere contemporaneamente sanzionata con una sanzione di stato e una di corpo: o si applica una sanzione di stato o si applica una sanzione di corpo perché l’una esclude l’altra.

  • Le sanzioni disciplinari di stato sono quelle sanzioni volte a censurare gli illeciti disciplinari più gravi (commessi sia dal personale in servizio che da quello in congedo) ovvero quelli che vanno a pregiudicare interessi generali dello Stato o dell’amministrazione militare (ledendone, ad esempio, l’immagine e il prestigio) e, per tanto, vanno a pregiudicare il vincolo di fiducia che intercorre tra organizzazione militare e singolo militare. Tali sanzioni vanno conseguentemente a gravare direttamente sul rapporto d’impiego o di servizio del militare, incidendone lo status giuridico fino ad arrivare, nei casi più gravi, addirittura al provvedimento espulsivo della perdita del grado per rimozione che comporta l’iscrizione d’ufficio nei ruoli dei militari di truppa (senza alcun grado – articolo 861 del COM) e la cessazione del rapporto di impiego (articolo 923 del COM) … detto altrimenti il congedo con il grado di Soldato”! Ai sensi dell’articolo 1357 del COM, le sanzioni disciplinari di stato sono:“a. la sospensione disciplinare dall’impiego per un periodo da uno a dodici mesi [per il solo personale in servizio permanente effettivo]; b. la sospensione disciplinare dalle funzioni del grado per un periodo da uno a dodici mesi [per il solo personale in congedo]; c. la cessazione dalla ferma o dalla rafferma per grave mancanza disciplinare o grave inadempienza ai doveri del militare; d. la perdita del grado per rimozione [per tutto il personale, sia in servizio che in congedo]”.
  • Le sanzioni disciplinari di corpo sono, invece, quelle sanzioni previste per punire, in un ottica meramente educativa e correttiva, gli illeciti disciplinari meno gravi i cui effetti rimangono confinati all’interno dell’organizzazione militare (nel corpo”, appunto, da intendersi come aggregazione militare … ecco perchè, al contrario delle sanzioni disciplinari di stato, sono irrogabili esclsivamente al personale in servizio!) e che, ai sensi del successivo articolo 1358 del COM, “consistono nel richiamo, nel rimprovero, nella consegna e nella consegna di rigore”.

TCGC

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[1]: emanato il 31 ottobre 1964 con decreto del Presidente della Repubblica. Si precisa che tale articolato e le relative modalità di emanazione (il decreto del Presidente della Repubblica, appunto) rappresentavano emanazione diretta di quanto previsto sull’argomento dall’articolo 38 del codice penale militare di pace (CPMP): “Le violazioni dei doveri del servizio e della disciplina militare, non costituenti reato, sono prevedute dalla legge ovvero dai regolamenti militari approvati con decreto del Presidente della Repubblica, e sono punite con le sanzioni in essi stabilite”.

[2]: ricordiamoci che proprio durante gli anni sessanta, in piena guerra fredda, con la guerra del Vietnam in corso e la crisi mediorientale al culmine, si preparò culturalmente quel fermento di rinnovamento che portò alla diretta contestazione dell’Autorità di ogni genere (politica, militare e anche familiare), della società borghese con le aspre lotte studentesche, gli scioperi e le contestazioni pacifiste che, in Italia, si colorarono anche di terrorismo.

[3]: cioè il decreto legislativo n. 66 del 2010, codice dell’ordinamento militare.

[4]: ovvero il decreto del Presidente della Repubblica n. 90 del 2010, testo unico delle disposizioni regolamentari in materia di ordinamento militare.

[5]:art. 1371 del COM – Divieto di sostituzione delle sanzioni disciplinari: “fatto salvo quanto previsto dagli articoli 1365 e 1366 [ovvero in caso di ricorsi amministrativi], un medesimo fatto non può essere punito più di una volta con sanzioni di differente specie”.

[6]: il cosiddetto ne bis in idem disciplinare, chiara espressione di quello penale previsto all’articolo 649 del codice di procedura penale.

[7]: l’articolo 1353 del COM stabilisce infatti che “non possono essere inflitte sanzioni disciplinari diverse da quelle previste”.